venerdì 7 dicembre 2018

Collettiva di pittura Natale 2018

Collettiva di Natale 2018 allo Studio Arte Mosè.
 Allo Studio Arte Mosè si rinnova puntualmente prima delle festività la Collettiva di Natale. Momento di incontro con gli Artisti che hanno esposto durante l’anno e nel passato. La collettiva è altresì anticipazione e presentazione di alcuni pittori. La mostra sarà inaugurata in Via Fiume, 18, a Rovigo, sabato 15 c.m. alle ore 18.  La locandina, firmata dall’eclettico Artista vicentino Vico Calabrò, in sintonia con il clima interiormente gioioso delle feste, raffigura la Natività e l’adorazione dei pastori. Sedici grandi maestri per una straordinaria rassegna fino alla metà di gennaio prossimo. Belloni Anna Sandra,medico, rodigina di nascita trasferitasi a Padova, ha avuto da sempre la spiccata predisposizione per la pittura ed in questi anni ne ha maturato l’interesse e l’applicazione; l’opera, materica negli impasti di sabbia e colle, raffigura una poetica porzione di casa contadina, d’altri tempi, col camino, porta sgangherata, gli utensili arrugginiti e i muri scrostati, ma in primo piano, rigoglioso, il verde  della natura si rigenera.  Biancalani Antonio, toscano, vincitore qualche anno fa del primo premio arte Mondatori, presenta una natura morta esaltata dai raggi radenti del sole e un tenero iris in primo piano, realizzato con pochi ma accorti tocchi di pennello. Calabrò Vico, agordino residente a Vicenza, eccezionale grafico nelle acqueforti e litografie, unico nell’affresco, con l’opera in collettiva riafferma la passione per la musica e per le tradizioni della terra veneta che ritrae attraverso spassose leggende e fantasiose composizioni. Costa Piero, milanese, nel 1954 emigra in molti Paesi dell’America Latina per rientrare nel 1970 nella città natale, dove attualmente vive e lavora. A Caracas perfeziona e predilige l’arte surrealista e nelle personali a Curacao, Città del Messico, Lima riscuote notevole successo. La fase espositiva si estenderà negli USA e in Italia dagli anni Ottanta ad oggi. I grandi maestri lo hanno incantato a tal punto da indurlo ad impossessarsi delle  loro creazioni. Lo scopo non è solamente copiare, né di confrontarsi nelle abilità, ma di rendere personale la fruizione attraverso l’inclusione di particolari critici, umoristici, satirici, come le scarpe da tennis sull’opera di un maestro del realismo spagnolo. Camatta Maurizio, artista trevigiano, con un paesaggio essenziale: la casa, la luna esalta tutto il fascino della notte.Dinelli Antonio, livornese, sfoggia una natura morta, eseguita con la maestria dei macchiaioli, pur ricordando nell’assemblaggio degli ortaggi il cesto caravaggesco. Forno Osvaldo è presente nella collettiva con la serigrafia di grande impatto cromatico, tridimensionale nell’effetto visivo. L’artista rodigino con l’opera esalta il dinamismo dalle cromie e dà continuità alle arti ricerca e concettuali delle generazioni post sessantottine con lo spazialismo, l’optical art, l’arte cinetica e costruttivista. Manzella Marco mostra un fermo immagine sulla tuffatrice, tema caro all’artista milanese; Manzella è un cacciatore di sensazioni quotidiane; capace di assemblare le reminiscenze accademiche della luce di Reni con la sintesi del soggetto raffigurato. Marcon Luigi, caro al pubblico rodigino sin dagli anni Ottanta, ha realizzato quattro scorci di Rovigo. Famoso in Europa per aver raffigurato il paesaggio urbano di Landshut, nell’ottocentesimo anno dalla fondazione, ha ricevuto la cittadinanza onoraria; ha avuto l’onore di realizzare un francobollo per la posta tedesca. E’ nella rassegna natalizia con una straordinaria acquaforte-acquatinta: un paesaggio dal quale fa emergere l’animo delle cose nella combinazione del chiaro-scuro. L’Artista di Vittorio Veneto estrae dal groviglio dei particolari gli elementi essenziali per approdare nell’incisione ad un lirismo incomparabile. Monnini Claudio con quadri di grande efficacia visiva è artista a trecentosessanta gradi nonché architetto e scenografo. Monnini usa i primi piani per fissare le donne, di spalle, protese nell’avanzare su spiagge primigenie; rene lambite da acque viscose, colpite da barbagli di luce, colonne di fumo da vulcani di evi scomparsi. La scena si presenta come una sorta di cartolina delle origini del mondo con una “Eva” destinata a calcare la scena dell’umanità. Nalio Eugenia, rodigina, con innata passione per l’arte ha sperimentato la ceramica, l’acquarello, il gessetto, l’olio e l’acrilico. Ha il desiderio di bloccare la luce dei diversi ambienti, soprattutto quell’armonia dei colori che si presenta nelle diverse ore del giorno. Eugenia confessa di ottimizzare il paesaggio nel meriggio quando maggiore è l’esplosione di luce. In mostra il lago di confine è un lavoro en plain air alla stregua dei pittori impressionisti. Impero Nigiani, nato a Incisa Valdarno, vanta un’intensa attività artistica ricca di personali e collettive. Nel 1996 Giorgio Di Genova lo inserisce “Nella storia dell’Arte italiana del 900”. Nel terzo millennio illustra versi di Ovidio e di Dante. Quella di Nigiani è un’arte erudita, fuori dai canoni e dalle strutture delle correnti. Nella rassegna presenta una giovane lettrice, inserita in un desueto giardino, piantumato di secolari alberi nell’atmosfera decadente di un secolo fa. Paggiaro Vilfrido, architetto trevigiano, naviga al di fuori di ogni corrente e con una singolare tecnica fatta di tenui soffusi toni di velature modella morbide creature con l’armonia delle tavole illustrate. L’isola deserta sulla quale troneggia l’albero della vita è l’opera in collettiva. Tessarolo Graziano,artista bassanese, lascia librare in volo, distorcere, le creature in una fabulazione tra gioco, fantasia e realtà, ma precisa di fare una pittura “riconducibile ad un figurativismo realistico, anche quando la fantasia va oltre l’oggettiva realtà delle cose”. Mariano Vicentini, fuori dal contesto di qualsivoglia corrente, pur emergendo nella comunicazione continuatore della popular art, aggiunge al tema di fondo un motivo conduttore: le ansie, le paure, le previsioni, le imposizioni. Con un singolare San Giorgio dichiara ancora una volta l’anticonformismo pur esibendo l’erudita citazione. Zambonin Paolo, scrittore, giornalista e “pittore” come ama autodefinirsi, da sempre presente nelle più prestigiose rassegne manifesta una singolare sensibilità nell’opera in mostra: sulla piazza rodigina del municipio campeggia una natura morta. Le pennellate di getto, il cromatismo personalissimo uniti nella proiezione scenica della composizione, fanno dell’opera una poetica citazione di quella che Cibotto definì:Rovigo città di campagna. La mostra resterà aperta fino al 15 gennaio 2019, a entrata libera, tutti i giorni feriali, dal lunedì al venerdì, dalle 16,30 alle 19,30.  Vincenzo Baratella


lunedì 27 agosto 2018

Vico Calabrò allo Studio Arte Mosè

Vico: Sulle ali della fantasia
La prima presenza di Vico Calabrò a Rovigo risale agli anni Ottanta nella galleria Incontro. Il gallerista era un Artista introspettivo, poco loquace, ma con la propensione ad accogliere nella piccola sala di via X Luglio le più significative firme. Da allora Vico è entrato nel cuore dei rodigini e lo Studio Arte Mosè ripropone una personale in Via Fiume. Ludovico, Vico, nasce ad Agordo e intraprende regolari studi, con predilezione per quelli scientifici che appronta presso l’Università di Padova. Negli anni Sessanta aumenta l’innata passione per le arti figurative e l’incontro con Saetti sarà decisivo. Durante la permanenza nella città d’Antenore ha modo di curare la ricerca sulle immagini di Giotto e, nei soggiorni per l’Italia, di Masaccio e di Michelangelo; approfondisce l'arte etrusca e i mosaici di Monreale. I viaggi in Spagna sono finalizzati alla conoscenza dell’opera di Goya e di Picasso. La tappa parigina e le frequenze all’Accademia di Belle Arti di Venezia consolideranno il percorso artistico e la singolare personalità di Vico. Calabrò è un Artista poliedrico, che usa tutte le tecniche grafiche e coloristiche con speciale maestria e non senza graffiante ironia. E’ infatti pittore, disegnatore, incisore, ceramista e affreschista. Ha illustrato numerosi libri di diversi noti autori. Calabrò è stato interpellato per le Sue peculiari competenze sulla pittura a fresco dal Centro Studi Europeo di Venezia, dalle Accademie di Belle Arti di Varsavia, di Utrecht, e dal Centro Culturale Koto-Ku di Tokyo e recentemente membro della commissione italo-giapponese per lo studio degli affreschi di Giotto agli Scrovegni di Padova. Dal 1970 ad oggi sono da ricordare le innumerevoli testimonianze della Sua opera: illustrazioni, affreschi, dipinti, incisioni da sommare alle personali in: Italia, Svizzera, Malta, Unione Sovietica, Francia, USA, Cecoslovacchia, Austria, Giappone, Germania, Olanda, Australia, Belgio, Polonia, Croazia e America Latina. La passione per la musica e per il canto corale ha veicolato la produzione di Calabrò nel raffigurare, con trasporto onirico, musici al chiaro di luna. Il volto sorridente del satellite è tema dominante, in quanto è il canale della comunicazione interiore, della riflessione e dell’ispirazione poetica. L’abilità nella pittura a fresco, con la reinterpretazione degli scenari trecentisti e l’uso di tonalità pastello, ha legittimato la realizzazione di personaggi sospinti da aliti di vento tra ghirlande di fiori e spume d’onde di mare. Soggetti cari all’Artista che riconducono agli innumerevoli murales eseguiti da Vico su pareti, navate, facciate di case, chiese, ville, istituti nazionali e stranieri, dentro e fuori dall’Italia. Nella rassegna rodigina accanto alle creature che alludono alla dislocazione aerea delle figure di Chagall, si librano note musicali dagli strumenti della fantasia; ascoltano estasiati il cane, il gatto o forse anche qualche creatura dimenticata sullo spartito dal creatore di sogni. Vico è un affabulatore e illusionista: il protagonista della narrazione è lui stesso in attesa di un alito di brezza per solcare il mare su di un guscio di nave. Un viaggio fatto di nereidi, di suonatori volti ad alzare le trombe in una marcia trionfale senza eguali, da re e da regine. Figurine sinuose di anguane o di fate, di angeli o d’innamorate sono protese dal cielo in terra per fissare pudiche fantasie stilnoviste. E’ comunque il viaggio magico della fantasia, oltre la dimensione del quotidiano, in cieli tersi. L’amore per la terra veneta, soprattutto vicentina, emerge in Calabrò nei riferimenti pittorici delle facciate palladiane, dei ponti tra le calli, nelle finestre aperte su campielli sui quali s’affacciano e s’avvicendano streghe e banditori, poeti e suonatori. Sono essi il punto di congiunzione intimo tra l’uomo e la natura al fine di consolidare una serenità interiore protesa a piacevoli finzioni, generatrici delle palpitazioni del cuore. Vico è l’ingenuo fanciullo che dialoga con il volto della luna; è direttore di un’orchestra d’archi, d’ottoni, flauti, spinette e d’organo sulla piazza del cielo. La pittura ad olio, a cera, ad acrilico, a gessetto dell’Artista vicentino emerge con prorompente vivacità cromatica, propria delle visioni di bimbo.   © Vincenzo  Baratella
Alcune opere di Vico Calabrò in mostra allo Studio Arte Mosè




Momento dell'inaugurazione
Momento dell'inaugurazione
Vico Calabrò e Vincenzo Baratella
La gallerista Emanuela Prudenziato (sinistra) in momento inaugurazione
Commento musicale di Giluliano Pajarini durante l'inaugurazione
Momento dell'inaugurazione




mercoledì 1 agosto 2018

Alberto De Crescenzo allo Studio Arte Mosè


Analisi introspettiva sul paesaggio antropico urbano. L’ineluttabile attualità dell’ognuno sta solo sul cuor della terra si deduce in modo chiaro dall’opera di Alberto De Crescenzo, ingegnere con la passione da sempre per la pittura. Un desiderio di perfezione stilistica che lo ha portato a frequentare i corsi di figura all’Accademia di Brera. I volti e le posture inseriti nel paesaggio cittadino o comunque in un contesto, seppur isolato, stimolano ad immaginare architetture e arredi urbani. Il realismo figurativo di esplicita reminiscenza espressionista è l’idoneo veicolo comunicativo dell’artista. I toni freddi su matrici ruvide, materiche, contestualizzano “la raffigurazione della città, a volte priva di persone, più spesso abitata da individui generalmente isolati e caratterizzati quasi sempre da un atteggiamento riflessivo -afferma l’Artista-, come se fossero immersi quasi esclusivamente nei propri pensieri”. Si evincono la solitudine, l’incomunicabilità, il tentativo di relazionare. Le gamme cromatiche del blu, del grigio acuiscono il malessere, il freddo interiore. La figura palesa il disagio, si muove quasi circospetta nel contesto dell’isolazionismo. De Crescenzo fa emergere il ritorno all’esistenzialismo sartriano. L’attività umana, le dinamiche sociali si articolano nell’espletamento della necessità dell’esserci piuttosto che nella soddisfazione dell’esistere. C’è il saliscendi in metropolitane, in centri commerciali, in uffici amministrativi: scalinate anonime di contingente bisogno, senza l’opportunità di compartecipazione e interrelazione… Il movimento è dato, vale la citazione,  nel seguitare una muraglia. Le facciate esterne degli opifici anni Sessanta-Settanta, separate dal centro abitato, mortificate da un’illuminazione essenziale, gotica nell’aspetto tetro, rimandano a scenari hopperiani rarefatti e statici.  Atmosfera proletaria nel languore di incontenibile incognita. Il senso di smarrimento nella fissità dei pendolari al finestrino del tram dà la percezione del numero anziché dell’identità, della persona invece della personalità. Ritratti che attendono la continuità… della vita, degli affetti, delle emozioni contro la fissità delle attese: congedi dal consorzio sociale fittizio. La pittura di De Crescenzo rimarca l’indagine psicologica del soggetto intento a riappropriarsi del dialogo intimo, contrapposto alle eluse, mancate condivisioni. E’ riattivazione pessimistica dell’io nell’interscambio con se stesso: un colloquio afono per raffigurare l’immagine della solitudine e nel contempo scongiurarla. L’Artista utilizzando forme dal vero riesce a far emergere il sentimento di squallore che il cuore delle città mostra nell’ingranaggio produttivo del terzo millennio. Vincenzo Baratella ©
Senza titolo, 2003, tecnica mista su tela, cm 123 x 100
Esterno/interno, 2001, tecnica mista su tela, cm 110 x 80   
Alberto De Crescenzo è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. La laurea in Ingegneria Civile non ha limitato la passione per l’arte classica. Sin da giovane ha curato il disegno mostrando predisposizione per la figura umana ed i volti in particolare. Negli anni Novanta ha frequentato la Scuola del nudo presso l’Accademia di Brera. Da oltre un ventennio si dedica assiduamente alla pittura. Dal 2000 ha esposto prevalentemente in Italia. Le mostre più significative sono state le seguenti: 2003 - Personale presso la Galleria Ciovasso, Milano. Catalogo di Giorgio Seveso. 2004 - Kunstwien  (con la Galleria Nuova Artesegno di Udine). 2004 - “Check point”, Palazzo Frisacco, Tolmezzo (UD), organizzata dalla Galleria Nuova Artesegno di Udine. 2004 - Personale presso Artesegno Centro d’Arte, Udine. 2005 - Artverona05 (con la Galleria Antonio Battaglia). 2005 – Personale presso la Galleria Antonio Battaglia, Milano, Catalogo di Pierluigi Casolari. 2006 - Human@rt, a cura di Luciano Barbera, Ciminiere di Catania, con Nuova Artesegno.  2007 – Personale presso la Galleria Nuova Artesegno, Udine a cura di Enzo Santese. 2017 – Arte Padova, Stand personale.
Gruppo di passanti, 2009, olio su tela, cm 60 x 84.
Ragazzo fermo, 2010, olio su tela,  cm 70 x 75
opera di De Crescenzo


momento inaugurazione 
momento inaugurazione 
momento inaugurazione 
momento inaugurazione 
momento inaugurazione 

giovedì 28 giugno 2018

FEDERICO BUZZI allo Studio Arte Mosè

Immagine locandina: Nec plus ultra, 2017, oil on canvas.

FEDERICO BUZZI

LO SPIRITO CLASSICO COME ARCHITETTURA DELL’ANIMA.
1900: Nietzsche annuncia la morte di Dio. E’ la fine del razionalismo e del teologismo, entrambi vincolati dalle speculazioni aristotelico-tomiste. Pure la metodologia cartesiana, sopravvissuta alle ingerenze degli escatologismi della cultura occidentale, ha abdicato davanti all’assioma della fine delle certezze. L’hegeliana coscienza infelice, frutto della morale cristologica, nonché il materialismo marxista per la fruizione collettiva del capitale favorirono le incoerenze e la veridicità delle posizioni antitetiche. L’estensione globale degli eventi bellici fu il banco di prova nel forgiare lo sviluppo della mentalità contemporanea, la stessa in cui si muove Federico Buzzi. L’artista gravido di cultura classica e con qualifica di architetto ha intrapreso, nell’area delle contraddizioni del secolo breve, un percorso di recupero delle architetture dell’anima e della ripresa di canoni mai desueti per il bello di ellenica memoria. L’avvio è dal romanticismo esasperato in cui l’Io si separa dal trascendente per sconfinare nella böckliniana umana isola delle simbologie: paura e morte. Nell’epoca dei materialismi volti a proporre dirompenti, sarcastiche sperimentazioni nelle convinzioni dei manifesti di corrente, Buzzi avanza la rivalorizzazione di scie che hanno segnato il gusto estetico nella separazione bello-brutto. Estraneo alle spinte disomogenee della creatività artistica e delle novità progettuali, l’Artista milanese, genovese di adozione, si pone dubbioso dinnanzi ai coevi messaggi espressi con disparati linguaggi; è nella convinzione che l’opera, come nella classicità, sia soggetta a regole universali di lettura e soprattutto debba avere una ricezione atemporale, museale. L’opinione dell’arte di consumo, gestita nell’immediata installazione, esistente nel e per il solo momento dell’uso, secondo il piacere della moda senza la continuità, non rientra nei parametri di Buzzi, che ama preparare le tele grezze allo stesso modo delle scuole di bottega, usare le matite di diversa durezza nonché i colori ad olio e le vernici, riproporre i temi mitologici, epici. Idee platoniane che rimandano già nell’analisi al modello primigenio, unico. I valori etici, patriottici, trascendenti sono stati seppelliti nella mota delle trincee, nelle lotte sociali o sui palcoscenici per belle époque mai tramontate; l’esasperata tensione al futuro che ruppe i legami con il passato favorì il troppo nuovo contro la staticità dell’intelletto in bilico tra scienza e fede. Il pensiero della modernità dilazionato tra intenzione, manifesti e progettualità s’è dato a scorrere in più alvei di corrente: un panta rei incontrollato, osmotico, contradditorio… il proliferare della riproducibilità dell’opera e del particolare per fare odiens. La nostra è l’epoca della benjaminiana riproducibilità, delle installazioni, dei vezzi di apparire. Tuttavia dalla caotica partenogenesi di troppi movimenti Buzzi ha selezionato il fluire di acque diacroniche, esteticamente universali nell’ottica crociana del contenuto sposato al bello formale. Buzzi naviga nel fiume del classicismo di reinterpretazione simbolista, decadente, non privo del sinolo aristotelico. Materia e forma alle quali aggiunge la poetica per avvalorare il trasporto nella navigazione intima. Le opere di Federico Buzzi restituiscono gli ideali dell’armonia cresciuti di valenze metafisiche. Pittura di non facile decodifica poiché nella composizione del quadro, a seguire l’excursus tra le vestigia greche, Buzzi dà all’oggetto la peculiare funzione simbolica. L’ontologia s’intravvede in nuce, quasi plotiniana nell’emanazione di un’insolazione all’orizzonte; in controluce  s’ergono ineludibili triliti: colonne d’Ercole che non precludono la conoscenza. Elementi di chiara citazione alla metafisica di De Chirico, nella fattispecie sole e luna sovrastanti il tempio votivo palesano l’alternanza degli opposti: luce tenebra, maschio femmina, vita morte, saggezza ignoranza; nel dualismo la società patriarcale fa prevalere Helios. La celebrazione statuaria è esplicita metafora alla citazione del messaggio: attesa del dies natalis il 25 dicembre; attesa del dio Mitra, Deus Sol invictus. Federico valorizza nel quadro pure l’androginia greco-romana atta ad esaltare la morbidezza dei lineamenti. E ancora frontoni retti da colonnati con sfondo il mare dalle onde ritorte, geometricamente modulari; espliciti riferimenti all’architettura ateniese e all’Egeo. Un compendio di elementi, di “luoghi atemporali” con i quali si articola la narrazione “concettuale”. L’Artista non si ferma alle apparenze; dietro a quanta species emerge la sequenza narrativa: complessa, tra i parametri classici, le icone della poesia e la personale visione del mondo. Vincenzo Baratella©.
Federico Buzzi, Polarità. l'Androgine, 2017, oil on canvas.
Frederico Buzzi, Architettura. 1997, matita e olio su tela.
Federico Buzzi, Natalis solis invicti, 2017, oil on canvas.

COMUNICATO STAMPA
Personale di Federico BUZZI
Studio Arte Mosè di Rovigo, Via Fiume,18
dal 22 settembre all’ 11 ottobre 2018


Straordinaria rassegna il prossimo 22 settembre allo Studio Arte Mosè di Rovigo, con inaugurazione alle ore 18; si tratta della personale dell’architetto e pittore Federico Buzzi, nato a Milano e attualmente residente a Genova. Vincenzo Baratella, curatore della rassegna, dopo i saluti ed i ringraziamenti ha sottolineato come la Galleria di Via Fiume abbia mantenuto ed è intenta a conservare un trend qualitativo notevole con firme di rilevata importanza nel panorama artistico nazionale, alcune inserite nelle pagine di storia dell’arte. Buzzi sin da giovane ebbe modo di conoscere i grandi artisti del secolo scorso che frequentarono la casa del padre, anch’egli noto architetto milanese. La ricca collezione dei dipinti del primo Rinascimento e le opere degli artisti “generazione anni Venti” -come direbbe lo storico dell’arte Di Genova- lo affinarono al gusto estetico del bello nonché alla passione per la pittura. Il contatto diretto con gli ambienti accademici e le nuove proposte da Fontana a Castellani maturarono la predisposizione; Carlo Carrà, Sironi e De Chirico furono da stimolo per l’analisi tecnica e per la continuazione del culto della metafisica. Le atmosfere inusuali, “atemporali”, statiche come le statue dell’antichità classica, filtrate secondo l’ottica dei surrealisti, fanno delle pitture di Federico Buzzi la continuazione dei modelli classici e di un nuovo realismo. Buzzi per anni coltivò la pittura quasi in modo privato, senza troppe esibizioni pubbliche, proponendo le opere in circoli intellettuali e collezioni private. La ricerca costante e il desiderio di approdare agli obiettivi fissati hanno legittimato solo negli ultimi anni il contatto con i centri espositivi e con le gallerie. Pittura di non facile decodifica poiché nella composizione del quadro, a seguire l’excursus tra le vestigia greche, Buzzi dà all’oggetto la peculiare funzione simbolica. L’impalcatura esecutiva non si estranea dalla ricerca scenografica, né dalle geometrie che  sono proprie della professione di architetto. Il Curatore  ha concentrato nel un comune denominatore “lo spirito classico come architettura dell’anima” la ventina di quadri in esposizione facendo emergere l’intento introspettivo delle pitture di Federico Buzzi. La mostra, aperta con ingresso libero tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì, dalle 16,30 alle 19,30, in Via Fiume, 18, continuerà fino all’11 ottobre prossimo.



Federico Buzzi spiega le sue opere
Momento della presentazione
 Momento dell'inaugurazione
Momento dell'inaugurazione
Federico Buzzi commenta un suo quadro