lunedì 5 aprile 2021

PASSIONE DI CRISTO E INTERPRETAZIONI DANTESCHE di Edi Brancolini

 PASSIONE DI CRISTO E INTERPRETAZIONI DANTESCHE di Edi Brancolini

Edi Brancolini, Il Paradiso in terra, Babele non è una città per bambini.

PASSIONE DI CRISTO E INTERPRETAZIONI DANTESCHE di Edi Brancolini

Celebrazioni pasquali ex-grege. Lo Studio Arte Mosè, nell’imperativo l’arte non si ferma nonostante il Covid, prosegue con proposte eccezionali. La pandemia dà alla galleria lo stimolo per un soliloquio eclettico per sviluppare valutazioni che in momenti di standardizzata piatta linearità esistenziale non avrebbero la possibilità di proporsi. All’artista Brancolini l’isolamento pandemico “ha regalato” il tempo e la possibilità di portare a termine quadri di grandi dimensioni, che impostati a metà degli anni Novanta venivano rimandati per diversi motivi. Si tratta di una rivisitazione in chiave contemporanea della Divina Commedia; L’umana catarsi che accumuna: Ipogeo infernale, Il grande disgelo, Paradiso in terra. E di tre grandi tele: Deposizione nel sepolcro, Deposizione dalla croce, La moneta del giusto in sintonia con il periodo pasquale. Conobbi Edi Brancolini nella galleria rodigina L’incontro, gestita da uno scultore rubato precocemente alla vita, per il quale dedicai disponibilità e penna. L’approccio con l’opera e con il pittore di Carpi fu negli anni Ottanta, nello spazio di via X Luglio. Nelle opere della rassegna Edi aveva già una personalità spiccata e maniera propria di affrontare la pittura con l’uso di tonalità distinte, pulite su di un disegno dai canoni classici. La risultante era ed è la realizzazione di visioni del mondo sui generis e non comuni ai più. Brancolini ha mantenuto la bilancia tecnica del suo operare tra classicismo, simbolismo, sforando con proiezioni personalissime su scelte tematiche che, da una lettura attenta, e di non facile decodifica, riflettono contenuti selettivi di una cultura umanistica di notevole valenza; stile esclusivo nell’impostare il tema con la compattazione dell’innovazione, dell’indagine e della simbologia. Certi soggetti come la crocifissione, la deposizione dalla croce e la collocazione del Santo Corpo nel sepolcro sono ancor più sincronici al tempo pasquale. Sono tele di straordinarie dimensioni che esibiscono uno splendore cromatico unico data la peculiare abilità dell’artista nell’usare i colori alla caseina; tinte limpide, luminose, avvolgenti; ritengo appropriato il riferimento con l’accostamento ai preraffaelliti e ai Rossetti, migrati in Gran Bretagna, che conservarono in cuore l’incondizionato amore per le pagine di straordinaria levatura del sommo poeta. Edi ripropone la celebrazione dantesca con L’umana catarsi, una trilogia che è la continuità e lo sviluppo della Navigazione intima cara a Di Genova e a Segato. Edi Brancolini approccia la Divina Commedia con una interpretazione ed uno sviluppo tematico fuori dell’usuale. L’umana catarsi è indagine psicologica intrinseca delle terzine dantesche. E’ l’autoanalisi, la purificazione liberatoria che trova una stupefacente validità in quest’epoca scarsa di pensiero autonomo. Al nostro tempo dell’isolamento, della valutazione sul contingente consumo, della tutela di Stato, l’opera di Brancolini è godimento estetico, ossigeno per lo spirito e alimento cerebrale. ©Vincenzo Baratella

Edi Brancolini, Ipogeo infernale, olio su tela, 190 x 320

Edi Brancolini, Il grande disgelo, olio su tela, 190 x 320

Comunicato stampa

PASSIONE DI CRISTO E INTERPRETAZIONI DANTESCHE di Edi Brancolini

Studio Arte Mosè, Via Fiume, 18 a Rovigo

Curatore Vincenzo Baratella

 Celebrazioni pasquali ex-grege, senza inaugurazione e senza pubblico, come prescritto in questo periodo. Lo Studio Arte Mosè, nell’imperativo l’arte non si ferma nonostante il Covid, prosegue con proposte eccezionali. La pandemia dà alla galleria lo stimolo per un soliloquio eclettico per sviluppare valutazioni che in momenti di standardizzata piatta linearità esistenziale non avrebbero la possibilità di proporsi. All’artista Brancolini l’isolamento pandemico “ha regalato” (così scrive) il tempo e la possibilità di portare a termine quadri di grandi dimensioni, che impostati a metà degli anni Novanta venivano rimandati per diversi motivi. Si tratta di una rivisitazione in chiave contemporanea della Divina Commedia; L’umana catarsi che accumuna: Ipogeo infernale, Il grande disgelo, Paradiso in terra. E di tre grandi tele: Deposizione nel sepolcro, Deposizione dalla croce, La moneta del giusto in sintonia con il periodo pasquale. Baratella conobbe Edi Brancolini nella galleria rodigina L’incontro, gestita dallo scultore Mastropietro, morto precocemente. L’approccio con l’opera e con il pittore roveretano fu negli anni Ottanta appunto, nello spazio di via X Luglio. Nelle opere della rassegna Edi Brancolini aveva già una personalità spiccata e maniera propria di affrontare la pittura con l’uso di tonalità distinte, pulite su di un disegno dai canoni classici. La risultante era ed è la realizzazione di immagini di non facile immediata lettura. Brancolini ha mantenuto lo stile tra classicismo, simbolismo e scelte tematiche che riflettono contenuti selettivi di una cultura umanistica di notevole valenza; uno stile esclusivo. Certi soggetti come la crocifissione, la deposizione dalla croce e la collocazione del Santo Corpo nel sepolcro sono ancor più sincronici al tempo pasquale. Sono tele di straordinarie dimensioni che esibiscono uno splendore cromatico unico data la peculiare abilità dell’artista nell’usare i colori alla caseina; tinte limpide, luminose, avvolgenti. L’artista è stato definito dalla critica un continuatore dei preraffaelliti e dei Rossetti, migrati in Gran Bretagna, che tanto amarono le pagine di straordinaria levatura del sommo poeta. Edi Brancolini, già entrato nelle pagine di storia dell’arte di Di Genova, ripropone per lo Studio Arte Mosè la celebrazione dantesca L’umana catarsi, una trilogia che è la continuità e lo sviluppo della Navigazione intima. Questa è stata la raccolta dell’illustrazione delle tre cantiche della Divina Commedia. L’umana catarsi è l’approfondimento psicologico delle terzine dantesche. Le tre grandi tele, mediamente di due metri per tre, trovano una validità in quest’epoca di isolamento. Edi Brancolini ha un percorso artistico di oltre mezzo secolo. Nato a Rovereto nel 1946, ha seguito il corso di nudo di Luigi Tito all’Accademia di Venezia; negli anni Settanta inizia a esporre opere figurative ricche di simbologie e di riferimenti onirici. I critici Giorgio Segato e Vittorio Sgarbi esaltano le qualità tecniche e le scelte tematiche nei riferimenti al mito, alla letteratura classica e dantesca. A Zafferana Etnea riceve l’anno scorso il premio internazionale di pittura. Nel 2009 lo Studio Arte Mosè ebbe il piacere di ospitare Le Torri di Babele e Voli sincronizzati: una meravigliosa rassegna di opere del maestro. Oggi Vincenzo Baratella e la galleria di Via Fiume danno continuità al sodalizio con l’artista Edi Brancolini

Vincenzo Baratella, Edi Brancolini
Edi Brancolini, La moneta del giusto, olio su tela, 180 x 120
Edi Brancolini, Deposizione dalla croce, olio su tela, 160 x 190
Edi Brancolini, Deposizione nel sepolcro, olio su tela, 190 x 360

Il Resto del Carlino,06.04.2021




giovedì 11 marzo 2021

COME UN ANNO FA allo Studio Arte Mosè

COME UN ANNO FA

Dal 9 marzo al 6 aprile 2021 lo Studio Arte Mosè  presenta “Come un anno fa”. In questo periodo di palese ripetizione della fase nera della pandemia di marzo dello scorso 2020, permane il disorientamento, lo sconforto, l’assillo opprimente di situazioni psicologicamente demotivanti e\o depressive. L’arte è diventata, oggi più di ieri, una autoterapia per e sulle privazioni; perdite della piena libertà d’agire, mancanza degli interscambi sociali, limitazioni affettive. Come un anno fa, emerge il vichiano ripetersi degli eventi. Per non mettere in evidenza, quasi in graduatoria meritocratica, nell’immagine della locandina l’opera di un artista privilegiata su altri, la scelta è stata correlata al titolo. Come in una canzone anni Sessanta che allettava il ritorno alla stessa spiaggia stesso mare la soluzione è stata una foto di Emanuela Prudenziato: lo stampo sulla spiaggia dell’incedere metodico costante del moto ondoso; cordoni sabbiosi con piccole varianti, proprio come la situazione generata dal Covid. Lo Studio Arte Mosè propone una collettiva di validi artisti, alcuni già nelle pagine di storia dell’arte. Mosè Baratella, con olio degli anni Settanta, presenta un inquietante ritratto di vecchia in abito nero: icona di omertose vicende di mafia mai debellata. Renato Borsato con una grafica narra di una veduta lagunare sulla quale campeggia una malinconica veneziana. Vico Calabrò rimanda a momenti felici sul campiello con i musici attorniati da coro di angeli. Osvaldo Forno, consolidata presenza in galleria, con alfa ed omega celebra attraverso una grafica il valore dei fonemi per la comunicazione. Antonio Dinelli è  nella rassegna con Canestro di frutta, una rivisitazione caravaggesca con la tecnica dei macchiaioli. La poesia del paesaggio veneto con una acquaforte di Luigi Marcon e accanto una meditazione sensuale sui reperti egiziani di Lino Lanaro; accanto la rievocazione dell’edonismo con Duse e D’Annunzio di Anna Pennati. Claudio Monnini riporta al mondo primigenio della creazione con Eva sul bagnasciuga tra spruzzi di un mare incantato. In mostra una delle famose Cortecce di Angelo Prudenziato: la sperimentazione del nostro artista rodigino per mezzo della tecnica del marcare l’oggetto con il torchio tipografico. Mariano Vicentini virtuoso nell’inventare con il linguaggio pop messaggi di straordinaria attualità: in una San Marco colpita da una bufera di neve una avvenente ciclista nuda posa davanti a palazzo Ducale. A concludere la rassegna Brunilde di Tono Zancanaro; incisioni degli anni Sessanta. La scelta delle opere è stata dettata dal bisogno di far emergere contraddizioni, continuità, discontinuità in peculiare periodo  di costante incertezza. La mostra di via Fiume, 18 è aperta dal lunedì al venerdì; visite contingentate a ingresso libero con mascherina in ottemperanza alle vigenti disposizioni governative. Per info: studioartemose@live.it  Vincenzo Baratella

Alcune opere in mostra:

Mosè Baratella, Omertà, olio su tela

Claudio Monnini, Eva, acrilico

Mariano Vicentini, San Marco, olio su tela
Sotto alcune foto rassegna in galleria:


Il Resto del Carlino, 12.3.2021

Il Gazzettino, 14.3.2021


 


venerdì 22 gennaio 2021

Io guardo da fuori - Studio Arte Mosè



# IO GUARDO DA FUORI è la costretta rassegnazione per vedere l’opera attraverso il vetro e, nel contempo, far emergere lapalissiana dimostrazione che lo Studio Arte Mosè non è privo di stimoli e di proposte in questo periodo storico pieno di contraddizioni, di presenzialisti, di arricchiti col dubbio e di troppi poveri certi. La scelta della galleria all’allineamento alle imposizioni statali è prioritariamente la pandemia. Vero. Indiscutibilmente certa la peste che impera da oltre un anno, tuttavia se il decesso per Covid è probabile, la morte per fame è certa. Ad aggravare le paure sono pure i media che cavalcano l’onda per un’audience smisurata. Nel privato avanzano le nevrosi, gli stati d’ansia e un necessario bisogno d’affetto; trovo in ciò la spiegazione vedendo che una famiglia su dieci porta a defecare sulle vie cittadine il cane. Povera bestiola snaturalizzata al peculiare ruolo divenendo sostituta d’interscambio sociale. In un isolamento pre-morte psico-fisica pure gli studenti avvertono il disagio durante le lezioni digitalizzate a distanza e la mancanza del confronto con i coetanei. E’ proprio la classe studentesca, quella contestatrice, quella che aborriva le agenzie educative e le atemporali figure docenti che chiede ora a gran voce il ritorno sui banchi. In un anno di vissuta “sindrome paguro”, si è dato riconoscimento all’alta funzione di docere ed educare che travalica la divulgata funzione di valutare capacità, conoscenze, competenze. E’ emersa la funzione socializzante della scuola contro una “leopardiana” auto inculturazione; lo studente in quasi perenne lockdowun ha compreso, e questo è un bene derivato dalle coercizioni, la vitale necessità del rapporto con gli altri, oltre il pigiama party, che la scuola dà ed è riuscita a dare. Per gli adulti, si dice eufemisticamente over-, satolli di pubblicità martellante imperniata a reclamizzare prodotti contro l’invecchiamento e alle correlate deficienze progressive del meccanismo biologico umano, mancano gli ospedali della mente: i musei, le pinacoteche, le mostre, le biennali… Vitamina per l’efficienza fisica, l’acido ialuronico per pelle giovane, la talcosa per l’incontinenza, altra ancora per la minzione, ancora per il sonno, per strappi muscolari, per stomatiti, per gengive sanguinolenti, per la morte prematura; ma nulla per l’anima, la psiche, per la soddisfazione interiore davanti al bello, per una sana sindrome di Stendhal. Purtroppo la paura, aggravata dal terrorismo mediatico, imbozzola sempre più l’individuo ad una solitudine psicologicamente deleteria e devastante. Allo Studio Arte Mosè la cultura, l’arte, la spinta motivazionale al confronto, alla critica costruttiva a nuove esigenze proposte (forse anche vecchie) non cessano. La galleria dà continuità all’imperativo etico per cui è sorta. E #io guardo da fuori è una mediata, sicura soluzione nell’arcobaleno monocromatico arancione-rosso delle zone tristi; un albio per abbeverare forever lo spirito. ©Vincenzo Baratella



giovedì 10 dicembre 2020

IL PETRARCA DI IMPERO NIGIANI

Laura e Francesco, acquaforte, 2020

PETRARCA DI IMPERO NIGIANI

Salire con Gherardo, il fratello, sulla sommità del monte Ventoso, nei pressi di Valchiusa in Provenza, è l’ascesa verso mirabili vette e conquiste profonde per mettere alla prova i limiti e le potenzialità umane; un’autovalutazione sulle conoscenze e sulle certezze della vita stessa. Un imperativo esistenziale per il grande aretino-padovano-cosmopolita Francesco Petrarca. L’umanista cristiano mosse i primi passi a Incisa Valdarno, paese natale di Nigiani. Coincidenze o circostanze dettate da una terra fecondata dalla cultura? Impero Nigiani, definito dalla critica, pittore citazionista -appellativo gratificante poiché ha dato concretezza artistica a pagine di storia e di letteratura-, ha avvertito l’estro creativo nel porzionare in cinque acqueforti le tappe salienti dell’esistenza del grande compaesano. Solitamente con la numerazione delle dita di una mano, numero che definirei scaramantico per  argomentare un tema, Nigiani dà ad intendere che la sua arte incisa sia una preparazione e\o compendio dell’opera pittorica; in realtà palesa nel tratto la spontanea immediatezza di un bocciolo che darà un pianificato fiore. Nel corpus petrarchesco l’inizio è rappresentazione di stampo romantico, Strurm und Drang; l’impeto del vento e la tempesta interiore, scena emblematica sul monte Ventoux. E’ incipit nel dare il senso della ricerca, come scrisse Petrarca a Dionigi di Borgo San Sepolcro, e Nigiani  dà continuità all’indagine. Racconta con un solo ritratto Laura; la fanciulla amata e rubata alla vita dalla peste del 1348. Impero Nigiani coglie le coincidenze. Le pandemie, quella e questa, che rubano gli affetti e incentivano al dialogo profondo, alla meditazione, alla produzione del pensiero intimo. Sono i comuni interessi del Poeta e del Pittore: le simbologie amate dai due per dare un senso alla vita terrena e per non morire dopo la morte. Laura, delicata creatura, sguardo indiretto per innocente pudicizia, è posta  di fronte a Francesco cinto d’alloro. Nigiani nella grafica ha saputo tributare le sfumature fonetiche e i significanti dei termini Laura, alloro -il dottorato ad honoris di poeta, la laurea dunque- e il lauro di mitologica memoria che riporta a Dafne. Nella terza acquaforte, Avignone,  Nigiani compatta le differenze anche con pochi elementi; fa vedere il crocchio subdolo dei teologi, il giovane Apollo e l’orizzonte sintetico in un’architettura di mura entro le quali si accolse la cattività avignonese papale. Nigiani focalizza Francesco con in mano le Confessioni: nella Babilonia dei mores, ieri come oggi, si pone la questione di uno dei tre mali agostiniani, quello morale, indebellabile da qualsiasi vaccino. A seguire due fogli in cui emergono le pacate contrapposizioni: il borgo avito del Petracco, notaio, guelfo bianco, in Valdarno e il paesuccio d’Arquà… Solo e pensoso per i viottoli dei Colli Euganei, tra la domus, l’oratorio della Santissima Trinità e la piazzola su cui ora s’erge la tomba. In questa quinta acquaforte Nigiani ha inserito la gatta. Immagine che mi riporta ricordi di bimbo in gita scolastica alla casa del Poeta. Epoca assai lontana, ora tutto cambiato… Allora ancora le teche polverose con i manoscritti, l’arredamento austero e in alto nella nicchia sul muro, la guida -anziana pienotta petulante- indicava un fagotto informe, avvizzito: la gatta imbalsamata che in vita s’accompagnava a Francesco nelle ultime escursioni meditative. Nigiani, mago nel gestire le emozioni, ha magistralmente fissato in cinque tappe il percorso psicologico. Vincenzo Baratella

Gherardo e Francesco su Monte Ventoso

Arquà Petrarca, la tomba e la gatta del Poeta

mercoledì 28 ottobre 2020

Nei miti della passione. Claudio Nicoli.


 

Claudio Nicoli. Era ancor bimbo, racconta, quando il padre pizzicagnolo gli portava dal negozio i tondini in piombo, garanzia dei salumi, sapendo che il figlio sulla stufa della cucina economica -bontà di mamma accondiscendente- avrebbe fuso il metallo e immediatamente versato negli stampini forgiati con l’argilla fresca del Samoggia. Oltre mezzo secolo srotolato dal “persiceto” di San Giovanni, dalla terra pascoliana; “or non è più quel tempo” riscriverebbe l’altro grande corregionale e Claudio dopo una formazione liceale -indubbiamente questa è l’incipit ispiratrice per le tematiche classiche della sua opera- intraprende all’università studi giuridici. Il clima culturale bolognese nella seconda metà degli anni Settanta è ricco di stimoli e Claudio Nicoli si appassiona di letteratura e poesia; iniziano le collaborazioni giornalistiche, in particolare con il Resto del Carlino. La morte del padre nel 1983 limita tante spinte propositive; tuttavia il demone creativo diventa preponderante in Claudio che approda all’Accademia di Belle Arti di Bologna, diplomandosi qualche anno dopo. L’ascesa dell’artista è poi fatto noto, con personali, grandi rassegne e riconoscimenti, ultimo XXXVII Premio “Conti”, Fiorino d’oro per la scultura,  il 7 dicembre 2019, a Palazzo Vecchio in Firenze. Tra le note degne di menzione: nel 2009 apre la Galleria Cerri Arte a Montepulciano. Nicoli, insegnante e artista completo nelle diverse estrinsecazioni tecniche, è prioritariamente scultore coltivando la primaria vocazione.[V.B.]

Claudio Nicoli, Europa e Giove, bronzo
 

domenica 11 ottobre 2020

PESCI E INTERNI - INCISIONI DI NIGIANI

 PESCI E INTERNI

Pesci è il nome dato alla cartella con cinque incisioni; numero consueto per una produzione a corredo di un compendio pittorico tematico. Impero Nigiani, consolidata presenza alla Studio Arte Mosè per amicizia e reciproca stima, è un artista fiorentino entrato a buon diritto nelle pagine di storia dell’arte di Di Genova che lo definì pittore dallo sguardo cristallino nonché continuatore della corrente citazionista per la spiccata predisposizione verso autori, protagonisti, eroi di pagine di letteratura e di storia. Nigiani con occhio alla cronaca e alle vicende del secolo scorso ha saputo immortalare figure e fatti che hanno segnato dei periodi: il fascismo, l’età delle contestazioni, la destra e la sinistra. All’appello non sono mancate le eroine: Margherita Grassini, Eleonora Duse, Lidia Borrelli, Anna Kuliscioff e, a ritroso nel tempo Fanny Tozzetti, Dulcinea, Penelope, Beatrice, Laura, Fiammetta… Opus minor le incisioni con funzioni enunciativa, esplicativa e di compendio dell’opera pittorica a olio secondo la visione autocritica del maestro toscano; in realtà la spontanea immediatezza dell’idea sulla lastra da incidere segna il raggiungimento della meta comunicativa artistica e, nel contempo, la purezza poetica dell’idea in nuce concretizzata in pochi, cinque, soggetti e in limitata tiratura, massimo venti. Nel caso della mostra cinque varietà di pesci e cinque interni. Mirabilia natura per pochi esemplari della ittiofauna mediterranea da sommare a interius piuttosto di un generico internum, poiché negli interni si coglie l’intima intensità delle malinconie e degli affetti; un’indagine intima appunto. La prima incisione scopre il protagonista al lavoro: autoritratto indubbio nell’atto di creare la narrazione artistica; l’interno è lo studio austero, saturo di arie e di architetture rinascimentali, quasi icona dello Studiolo di Belfiore estense, retaggio della cronaca su Lucrezia e la sua corte. Impero Nigiani nel soliloquio interpretativo coglie gli attimi di una nuda intimità vezzosa allo specchio, uno spettatore rapito nella sala museale in cui campeggia distesa Venere o Paolina o qualsiasi lei; interni in cui raffigura un pollo spennato sotto l’occhio vigile del ritratto dell’Artusi. E non può mancare una Wanda, icona delle note case, nella mestizia dell’attesa in posa statuaria. Atmosfere che evocano crepuscolari toni col salotto buono e il fondoschiena di una Sibilla emancipata. A corredo, come stampe ittiologiche di Agassiz, i pesci in posa ieratica ma ricchi di dovizie tecniche così come conviene all’artista che per la prima volta esibisce una rassegna di sole incisioni. Vincenzo Baratella

Impero Nigiani, interno, acquaforte

Impero Nigiani, Scorfano, acquaforte
Impero Nigiani, Interno, acquaforte
Momenti inaugurazione -sotto.



Momenti inaugurazione fuori dalla galleria


mercoledì 30 settembre 2020

omaggio floreale

OMAGGIO FLOREALE Salvo poche rare eccezioni gli artisti hanno ritratto fiori. Già la Madonna di Simone Martini beneficiava di doni floreali a piè immagine; firmava l’opera con un garofano Benvenuto; Botticelli tempestava la primavera di ghirlande; tripudio floreale fiammingo e la rodigina Marchioni emulavano tanta magnificenza. Classici, romantici, impressionisti, simbolisti, fauves, espressionisti, déco, liberty… numerazione infinita di nomi, date, correnti sono stati rapiti dal fascino di flora. Il Novecento ha sfoggiato l’inverosimile tra fiori di De Chirico, De Pisis, Treccani, Morlotti, Sciltian, Guttuso, ghirlande Fortuny… e stranieri: Monet, Renoir, Manet, … Freud, Warhol, Morris, Gyoshu Hayami,… la calla di Mapplethorpe. Perché tanta inusitata ispirazione? Spinte emozionali date dalla leggerezza dei sepali, dal velours dei petali, dalle cromie dei colori, dal turgido dei boccioli, dell’aprirsi allo sviluppo, delle libidiche inconsce comparazioni all’umanità zoofila tutta, sono indubbiamente gli imput che incentivano la raffigurazione del fiore. La rosa alla Vergine, il giglio a Sant’Antonio sono messaggi sacrali di venerazione che nell’umana ostentazione si concretizzano per la figura amata nella rosa aulentissima, o nella margherita indovina dell’eterno sì. Negli artisti è forte il desiderio di fermare la giovinezza tuot-court attraverso la similitudine segnata dallo scorrere della Natura; è un fluire evolutivo dal bocciolo al fiore. Nell’intenzionalità di esibire il bouquet, il vaso, il mazzo è l’atto per un patto d’amore elegante, fermare forever l’intima esperienza della felicità. In sintonia con quanto detto Omaggio floreale è il titolo della collettiva allo Studio Arte Mosè con artisti nazionali di notevole caratura. Vincenzo Baratella©

Mosè Baratella, Zinnie, olio su tavola

Paolo Zambonin, Calle e rose, olio su tela
Eugenia Nalio, Begonie, olio su tavola

Osvaldo Forno, Magnolia, matita su carta
Emanuela Prudenziato, Gardenie, olio su tavola
Angelo Prudenziato, Primule, olio su tavola



la voce, 7.10.2020
Momento inaugurazione
Momento inaugurazione