sabato 15 febbraio 2014

TREGAMBE GIROLAMO BATTISTA:

RISTORO INTERIORE DALLA NATURA
NELL'OPERA GRAFICA DI GIROLAMO BATTISTA TREGAMBE
RISTORO  INTERIORE DALLA NATURA
Il mio cruccio, un risentimento legittimo per chi ama il bello, è di non averlo conosciuto prima. L’individuazione per “avere” un Artista è una delimitazione egoistica, forse condivisibile con coloro i quali ambiscono includere questo nella cerchia dei protagonisti. E’ un desiderio privato, peculiare degli storici dell’arte, dei critici, dei curatori in generale.  L’incontro compensa comunque il tempo andato. Con Tregambe si recupera pure il passato: quello esperito e ritrovato nel ricordo. La grafica del bresciano aspira l’età dell’oro, dell’innocenza, della rappresentazione arcadica. L’Artista esclude dall’opera la presenza umana. Indubbiamente un merito. Lo scopo è di evitare comparazioni temporali tra la modernità contingente e l’immutabilità della Natura. Leopardiana accezione dell’infinito nel tempo: perpetuare la gratificazione interiore attraverso ciò che circonda; uno scenario inviolato adatto a infondere sentimenti ed emozioni all’uomo stesso. Girolamo Battista è un incisore meticoloso, e si evince nel segno delle sue grafiche; effettivamente i toni scuri sono il risultato di un saturare con la ripetitività del segno. Un gioco di ombre e luce, di contrasti per rendere il volume dei corpi. Non si ravvisa la struttura portante del disegno dell’oggetto, sintetica alla stregua della grafica espressionista tedesca, né il virtuosismo estetico di Doré, né il morandiano reticolo per i volumi, tantomeno la raffigurazione concettuale di Dürer, con cavalieri apocalittici nel messaggio della Riforma. In Girolamo Battista  Tregambe si  arguisce una continuità romantica nell’accezione più genuina. La zolla di A. Dürer è il particolare da cui completare la globalità del paesaggio, l’interezza della sinfonia e l’avvio della poesia evocativa. Come non ricordare nell’ “Estate nel brolo” il ritratto indiretto degli affetti anche non esplicitamente espressi. La sedia impagliata su cui sedevano figure parentali; il quotidiano per esibire l’inculturazione attenta alle notizie; l’annaffiatoio per ravvivare i fiori del giardino … Sullo sfondo la casa: “crepuscolare” tranquillità domestica. Girolamo Battista mi disse che i paesaggi delle sue acqueforti sono ispirate e colte prevalentemente dai luoghi reali limitrofi a Botticino. Vero. Gorgogliano rivi d’acque cristalline sui quali poggiano ponti precari d’assi di legno, innevati per rendere ancor più immacolata la terra delle sue radici. Immagini di un languore inusuale, ricco di sentimento neoromantico. Poesia dunque fissata sulla lastra di rame, scavata dall’acido e stampata con l’amore di chi vuole rendere partecipe altri a sensazioni indicibili. Sono segni copiosi, innumerevoli, leggeri per dare sostanza nella morsura, contro il segno secco di punta. Al tatto la stampa palesa una sinfonia di leggere linee; il tratteggio entusiasta, come biscrome sullo spartito. Le pause: chiazze di luce; i riverberi del sole pallido tra maglie di una rete di recinzione ricoperta di galaverna. Intorno la soffice consistenza della nevicata … Da tutto quel freddo esterno Tregambe ravviva il calore interiore: incommensurabile amore per la vita e per il creato.

                                                                                                                          Vincenzo Baratella
©  Copyright Vincenzo Baratella 2014

Emanuela Prudenziato, Girolamo Tregambe e Vincenzo Baratella
Girolamo Battista Tregambe,  nella notte di Pasqua, si è addormentato per sempre. L’arte ha perso un eccelso Maestro e la società un membro di immensa umanità. L’uomo e l’artista: perdite incolmabili. Lo Studio Arte Mosè, Vincenzo Baratella, Emanuela  Prudenziato, commossi, partecipano al dolore della famiglia, dell’amico  Roberto Bodei e di quanti lo conobbero. Girolamo Battista è e resterà sempre  nei nostri cuori e la Sua maestria nell’incisione sarà testimonianza nel tempo. (Pasqua 2015) 
L'Artista Tregambe Girolamo Battista al lavoro.
Roberto Bodei e Girolamo Battista Tregambe
Girolamo Battista Tregambe e Vincenzo Baratella

Foto in Galleria con Artista 

Vincenzo Baratella: NOUMENO PER ZARPELLON



Vincenzo Baratella illustra il noumeno per Zarpellon:
un percorso tematico concettuale di cinquanta anni nell’Arte.


NOUMENO   PER   ZARPELLON


Nell’epoca della “mostra-mania” è arduo ricoprire il ruolo del curatore critico. Il più delle volte, per chi lo fa di mestiere -non è il mio caso-, rischia di sconfinare nelle fila dei pennivendoli: marinisti ridondanti di termini senza contenuti… La scopiazzatura delle frasi fatte, dei luoghi comuni delle metafore ovvie e obsolete.
La critica d’arte intesa come mestiere di avvocato di difesa dell’opera del pittore è ciò che si rileva tra i pieghevoli nelle personali con tanto di citazioni e forzati raffronti. Un management di epigrammi e massime da Lotto a Veronese, da Tiziano a Rembrandt, da Segantini a Schiele, da Klimt a Basquiat per far nascere dai neuroni: “la bellezza delle forme, il cromatismo equilibrato e la bravura a trecentosessanta gradi”. Sono intere cartelle e opere, critici e pittori con il demerito di contribuire, con la domanda e il consumo, a rincarare la carta, le tele e i colori. L’artista, con la A maiuscola, non ha bisogno di inutili parole, né di difensori dell’opera, tantomeno di penne al servizio del Mecenate; sa parlare di sé e per sé unitamente al prodotto dell’arte esibito. Toni Zarpellon è uno di questi. E in alcuni casi è stato problematico esporre a parole ciò che il suo animo ha mediato con l’opera. Oltre al perché e al come davanti agli occhi c’era il quadro e in sincronia emergeva la “spiegazione”.
Che cosa ho fatto? Conoscendo Toni da anni e condividendo un’amicizia spontanea e intellettuale ho solo interpretato l’intenzione, le motivazioni e gli stati d’animo. Non so se ciò sia tanto o poco, o sufficientemente adatto a scrivere di un Artista e della sua opera. Non vorrei scadere nella trattazione diarista, tantomeno nell’apologetica compattazione dei termini… deleteria forma per celebrare l’amicizia piuttosto del demiurgo. Il rischio è non fare quello che ho sopra contestato.
Toni è dunque artefice nel suo genere; è il pittore che graffia nervosamente i pastelli sulla carta, stende i colori senza la titubante paura degli accostamenti: viola e giallo, verde e rosso, grigi e blu.
Sono i suoi avvicendamenti emotivi: s’arrabbia e si consola; palesa sconforto e si rialza scrollando la polvere della banalità, diffusa alla stregua dell’ignoranza. Effettivamente chi crede di sapere è di gran lunga maggiore di coloro che “sanno di non sapere”, così come abbondano i commentatori degli storici della filosofia senza essere filosofi, pur professandosi tali. Perciò nell’oceano della mediocrità tentare di essere critico, con serietà mentale, vale dire far filosofia dell’arte: speculare su di un fenomeno umano interagente con la società e proiettato al futuro con le Weltantschuungen condivise o condivisibili.
Legittimare attraverso l’indagine speculativa il “noumeno” prodotto artistico del bassanese. Il tentativo è quello di superare “la barriera del suono”: un volo pindarico per mettere “in mostra” l’Artista e la sua arte. L’uomo l’ho conosciuto bene. Nella mente ho ritagliato le immagini che ritengo più significative: la sigaretta fumigante tra le dita e l’occhio fisso oltre la mia presenza, intento a sintetizzare il paesaggio dell’Altopiano.
Sono stato migrante nel suo studio ed ho visto, non amato nella concupiscente frenesia della soddisfazione del piacere, le sue “donne”. I nudi: nulla più di terribilmente duro, antiestetico oltre l’obesità di Rubens, introspettivi fino all’ultimo atto dell’analisi psicologica. Non ho visto donne sdraiate sui canapè ricoperti da asciugamani; sopra ai teli da bagno c’erano presenze scomode che si esibivano su improvvisati banchi di dissezione. Non certo la vecchia lezione di Rembrandt, fredda, morta, distaccata esclusivamente scientifica, ma una inusuale vivisezione senza liquidi biologici sparsi. Stanche, tristi, ritorte in posizioni fetali -posizione del ritorno al piacere-, abbandonate nell’esibire una sensualità non sfruttata, ho visto un’altra, autentica immagine della donna. Sdraio, divani, poltrone, foderate di teli colorati, non erano altro che i tavoli d’anatomia sui quali si esamina l’animo e Toni fa la biopsia introspettiva e comparativa.
Seziona i sentimenti e concretizza il momento del transfert. La donna spogliata non è oggetto (mai l’improprio paragone con le mariline pop), ma protagonista di un piacere intimo, di una sofferenza, di un’esibizione, di un confronto, di una compartecipazione con il mondo. Toni è veicolo; traduttore per i più di uno stato emotivo con una immagine fruibile.
Azzardai un paragone settoriale con l’analisi soggettiva fatta dagli espressionisti tedeschi; accettò il giudizio, tuttavia entrambi siamo consapevoli che trattasi di solo una tangente che condivide i temi e il periodo. In effetti Zarpellon non è un espressionista, sebbene ne abbia colto lo spirito.
Gli occhi incavati e circoscritti da profonde occhiaie, innaturali per la tipologia europide, esibiscono la fermezza contemplativa: guardare senza vedere, lasciando trasparire quello che l’animo ha da mostrare. C’è nella fisiognomica dei volti il recupero della negritudine, già fatta vedere da Picasso a Pechstein; modelli recuperati dal mito del buon selvaggio. Scomparsi dunque schemi non esoterici, ingenui forse, non inclusivi a meccanicismi esaltanti il consumismo né agli ingranaggi dell’economia perversa ed oligarchica.
I valori incuneati tra i lobi cerebrali, del superio buono, catechizzati, caritatevoli, moralmente sincroni al potere, servizievoli e controriformisti da cinque secoli in Toni sono divenuti opinabili e, in alcune situazioni, tramontati in lento e subdolo tradimento. In ciò ravviso la continuità nell’analoga crisi delle certezze interiori esplicitata dalla poetica espressionista.
Colpevole chi? Ha contribuito la macchina, in nome del progresso, a soffocare il libero pensiero del singolo. Il processo produttivo, conseguenza diretta del crescente tecnicismo, ha massificato i linguaggi “personali”, settoriali, limitando di fatto la lotta sociale per abbracciare deleteri prodotti dell’ingegno: arti usa-e-getta. Il recupero del banale per fruire oggi e gettare domani: l’arte popolare. La pop art.
Se giunse positivo a Pier Paolo Pasolini l’uso della terminologia tecno-popolare come mezzo per l’inculturazione sociale dopo il secondo conflitto e veicolo per la comunicazione da un capo all’altro della penisola, non si può legittimarne per sempre l’efficacia. Indubbiamente utile il messaggio uniforme, semplice di Mario Soldati nel singolare viaggio per l’Italia per l’utilizzo unitario della lingua; dannoso il perseverare dagli anni sessanta allo scopo di mantenere lo standard culturale medio-basso. Il programma globale delle grandi potenze: la zuppa Campbell e la Coca Cola di moda sulle tavole come le modelle platinate. Donne, bibite, sigarette, detersivi e zuppe sono prodotti soggetti a prezzo e dismissione. Mel Ramos palesa la metamorfosi da Wonder Woman a Belle Noiseuse.
Con la stessa velocità del prendere-consumare-buttare il mercato immette lavatrici, televisioni, frigoriferi, telefoni, cellulari, tablet e smartphone, … E se i primi sono abbastanza statici nella loro evoluzione e segnando utilità, i mezzi di comunicazione hanno avuto crescita esponenziale, inversamente proporzionale all’utilità individuale e direttamente con quella del potere, limitando lo sviluppo critico del pensiero. Nello stato di semicoscienza ne hanno approfittato i totalitarismi, i grandi fratelli, i persuasori occulti.
Effettivamente l’uomo pensante denuncia le imposizioni ideologiche e l’economia delle multinazionali responsabili di aver creato i mostri. Sono tali le puttane e i militari di Grosz, di Otto Dix, le fisiognomiche grottesche di Ensor … mostri dei Ventenni prima, dopo e … senza dubbio ancora per … sempre.
Zarpellon non esita a mostrare la crocifissione della personalità, peggiore di quella fisica. Il dio-uomo, neopositivista, che ha scongiurato le paure dell’ignoto, della malattia e del trascendente nell’annuncio nietzschiano del “dio è morto” è stato ammazzato proprio dalla sua creatura: la macchina.
Si capovolgono le certezze. In Metropolis la bellissima creatura s’appropria dei desideri del suo costruttore per diventare incontrastata dominatrice. Già i germi del malessere sono fissati nei fotogrammi del cinema espressionista tedesco di Lang. Analoga situazione l’ho sentita in Toni: sofferenza nell’afonia ostruttiva al dialogo; la comunicazione è sintetica, essenziale nel tratto forte e priva di virtuosismi manieristi, … espressionista dunque come l’universalità del dolore. Il canale comunicativo del bassanese è scarno allo scopo di giungere direttamente al destinatario, una pluralità di sottocodici espressivi limiterebbe la trasmissione delle visioni del mondo.
Alla Sorbona, i sessantottini contestarono le hegeliane teste di legno; stesse responsabili della massificazione e del livellamento della cultura sotto egida del pensiero di stato; gli spiriti liberi, i neo galilei, i marx, i marcuse, gli horkeimer, i brutti-cattivi … hanno lasciato più di quanto abbia fatto la “cultura” ufficiale.
Una schiera di creativi borderline che prima di morire sui lidi di Malta hanno realizzato, e potrebbero ripetere, il ritratto di attuali madonne proletarie. Ovviamente ci sono vincoli e freni alle opportunità espressive, perché c’è un filtro censorio difficilmente frangibile tra l’opinione massificata e l’idea innovativa artistica.
All’artista che rifiuta il compromesso con la cultura della tradizione imposta dalla politica di stato attraverso i media è preclusa anche la possibilità di mostrare; il dissidente è crocifisso, è messo al confino in nuove Ventotene.
Toni evade dal cerchio malefico e si rende libero dipingendo le cave dismesse dell’Altopiano. La Cava di Rubbio viene colorata con teste d’uomini e di animali. Fissa anime inquiete con occhi sbarrati: i suoi alla tensione di spiegare il noumeno, il quid oltre la fisica per aprire le porte dell’intelletto alla libera circolazione delle idee.
La cava dipinta assume il ruolo del tranquillante alle pulsioni e alle rabbie dell’incomunicabilità. Toni riallaccia il dialogo con il pubblico attraverso il recupero di qualcosa di smesso. Il “vestito” scavato, logoro, sfruttato dai grandi del cemento -responsabili della violazione della natura, della cementificazione selvaggia, correi della morte dell’individuo unitamente alla macchina- è rinfrescato, passato in “tintoria”. Toni è l’artefice della restaurazione e nel contempo fruisce dell’autoanalisi: il transfert con la Natura. Tra gli interstizi dei blocchi e lungo le fratture di faglia le larve rigenerano.
Dalla morte alla rinascita; Zarpellon costruisce il ponte, Die Brücke, analogo a quello degli espressionisti, con il distinguo. Non c’è la separazione tra le due sponde, ma il collegamento tra prima e dopo, tra la fine e l’inizio, tra l’ovvio e la verità sofferta.
E ancora: per scongiurare il responsabile dell’eccidio comune era doveroso far rivivere nella cava i fantasmi della macchina: fisiognomiche ricavate da serbatoi destinate ad “abitare” la seconda Cava di Rubbio.
Qui il silenzio, estatico, incommensurabile misura l’eternità nel tempo. Tra il paesaggio ospitale, arcadico, bomboniera di mostri si compatta nell’ossimoro la nausea esistenziale; è la sofferenza del presentarsi agli altri che induce al malessere dell’esistenzialismo, quello sartriano. Si ravvisa la sofferenza jasperiana nell’estraneità anche con un cosmopolitismo teologico. Comunque nel dualismo tra dire e fare, tra fenomeno e noumeno, tra certezza ed incertezza s’avviluppa il groviglio mentale che induce a rendere atto la potenza.
I serbatoi sventrati altro non sono che ritratti fedeli dell’essenza dell’intimo umano del terzo millennio con lo sfondo adeguato, in sintonia: dall’altopiano a picco sulla piana bassanese s’intersecano lombrichi di strade pullulanti di veicoli … ancora un frenetico carnaio urbanizzato.
Tuttavia è dalla solitudine, dalla vegetazione, dai soliloqui che s’insinuano le auto-certezze; i dialoghi interiori su cui radicano le relazioni umane e si confrontano i saperi … Ricordo che migliaia sono annualmente le visite alle Cave di Rubbio. Sono queste ultime un indiscusso ricettacolo d’idee e punto d’interscambio culturale.
Toni Zarpellon riadatta la metafora settecentesca del lume della ragione contro secolari tenebre dell’ignoranza. La candela dentro la zucca svuotata: la luce in testa per sconfiggere paure, streghe, malefici e pilotare lo sforzo razionale alla conquista del sapere. Illuminazione dunque contro i fantasmi della non-conoscenza. Sorgono le domande: i grafemi tanto sfruttati dal Bassanese.
Susseguono innumerevoli quesiti; effettivamente l’arte più che dare risposte alterna interrogativi a provocazioni, sillogismi e metafore. I programmi, i manifesti del XX secolo hanno fatto emergere settoriali angolazioni d’indagine attendendo l’unanime consenso durante e dopo la progettazione. In molti casi l’adesione del singolo alla corrente è forzata; un tentativo di mettere d’accordo delle idee, quasi un’associazione d’insiemi che convergono in una misera appendice di scopo. Con un segno, con una pennellata è già astrattismo, magari informale … E il Novecento è stato fecondo di movimenti, o di intenzioni che hanno codificato correnti.
Man Ray sostenne che l’amico Duchamp preferì lavorare da solo, senza adattarsi a schemi plurisottoscritti, né  a manifesti.
Toni è artista individualista, poco disposto a condividere in équipe il pensiero e non fa neppure “scuola di bottega” pur avendo uno stuolo di estimatori, collezionisti, amici dalle cave allo studio.
Sono convinto che abbia ripreso “colore” con la full immersion nell’Altopiano; le larve in simbiosi con il pubblico e con la natura hanno dato vigore al DNA creativo. In plein air ha maturato la disponibilità alla comunicazione, riappropriandosi il ruolo d’Artista. E’ una ri-nascita della sua produzione: razionale, sincretica, più soppesata rispetto al linguaggio pittografico della Cava dipinta; l’opera è eseguita nello studio nel dualistico intimo dialogo io-io.
Esegue l’autoritratto per autoanalisi e rispondere alle questioni dell’identità non-certa, inculcata dal “vai sociale”. Cento o forse più le auto rappresentazioni, autocelebrazioni, auto interrogativi: noumeni. Sono volti colti nell’essenzialità del segno e del colore, pur evidenziando appieno i volumi. Ho ravvisato un intrinseco collegamento di continuità con l’arte nera portata in Europa il secolo scorso.
Lo studio è il grembo, dove matura il desiderio di esibirsi per cum-dividere. Lo stress positivo necessita dell’altra oltre al sé per completarsi e per esprimere la peculiare poetica. Il sillogismo è l’idoneo mezzo. L’ipotesi è creazione cerebrale: illuminazione, vita interiore, il sé. L’antitesi è nell’incertezza, nel quesito, nel noumeno. La tesi si auto produce nell’universalizzare ciò che è dentro, il vissuto che necessita dell’altro fuori da sé. Toni crea le teste di donna. Ancora cento per logica comparazione ed equilibrio.
Effigi non belle, tecnicamente non elaborate. La fotografia avrebbe riprodotto puntualmente donne fatali non gli stati emotivi. Nei volti  sono stampate espressioni diverse: il sorriso, la fissità dell’introspezione, lo sguardo penetrante, … La mimica facciale continua con il corpo: i nudi.
Donne sdraiate su divani, su seggiole di vimini sono colte nella meditazione; nell’intenzione di lasciare allo spettatore il pensiero piuttosto della figura. Modelle non intenzionate a dare spettacolo con il corpo, ma comunicare il succo dell’identità. Toni supera l’espressionismo estetico, post-impressionista di Derain; le figure del bassanese acquisiscono i caratteri introspettivi analogamente, e più, dell’esibizione dell’io-nudo di Marcella di Kirchner.
Dalle tele e dai disegni esce l’aria pesante, dura dell’attesa. La femmina colta nel suo essere tale, senza difese, gravida solamente del desiderio di comunicare la personalità, repressa sotto gli abiti. La nudità esprime ciò che è dentro, altrimenti non visto perché occultato dalle vesti: le divise di femmina. Davanti all’artista c’è l’occasione per raccontare l’identità di donna in piena libertà.
I nudi di Zarpellon non sono dunque piacenti, né inducono a pensieri sensuali; la nudità è disarmata nel proporsi e disarmante nell’autocelebrazione; sono ostentazioni di esistenzialismo senza vanità.
Comunque immagini quasi private uscite dallo studio … Lui seduto tra i colori e alle sue spalle l’opera finita: la modella volta ad osservare l’aprica distesa della pianura sotto l’Altopiano.
Presentimento della necessità di uscire, gustare i sapori delle stagioni, il profumo dell’erba, l’odore dello stallatico e dei ciclamini. Linee d’orizzonte squassate da monti lontani; terre  verdi e rosse, linee color ruggine e cieli tersi. La scomposizione del paesaggio era posizionata lì davanti ai miei occhi e sulle sue tele. 
La sintesi e la globalità della visione: faggeti rossi esibivano avvizzite le foglie nella corale verde dei declivi.
La nuova Arcadia era forse tra quei monti? Forse sì. Toni m’aspergeva di fumo nella conversazione. Avvertii Zarpellon forte, filosofo nel puntare al petto il fioretto delle sue sentenze. Nuovo Courbet esalta lo spirito della vita in una bucolica neo-Barbizon.
Daumier avrebbe ancora mostrato i passeggeri di terza classe; Toni non disdegna di lanciare strali contro gli oligarchi dell’economia… Si sente coinvolto nel consorzio esistenziale. Satirico, sprezzante, nell’unicità interpretativa mostra pure il paesaggio quotato in borsa in un grafico di rialzi e cadute improvvise. Messaggio veritiero come sa fare un artista immune da mediazioni di parte.
Ho sentito sotto le suole lo scricchiolio della neve ancora dura sopra le zolle erbose. I rivoli freddi del disgelo liberano i totem della Cava abitata; le creature tristi, morte anzitempo, crocifissi dalle macchine che li hanno generati, rimangono nella pietraia desolata, così come si mostrano ancora facete le creature larvali variopinte della Cava dipinta.  Reggendo la sigaretta come un tedoforo, maratoneta nel paradiso di Rubbio ho gustato ancora l’arte, la sua, nelle linee carminio di nubi al tramonto e nel cupo di verdi lontani. Ho abdicato ogni pensiero razionale ed ho risentito dentro la poesia.
                 Vincenzo Baratella
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Toni Zarpellon è nato a Bassano del Grappa dove vive e lavora. Ha frequentato l'Accademia di Belle Arti di Venezia. Ha insegnato presso gli Istituti d'Arte di Nove e dei Carmini di Venezia. Espone dal 1965 in numerose mostre personali e collettive in Italia e all'estero. Nell'autunno del 1989 inizia gli interventi nelle "Cave di Rubbio"; una notevole impresa per la quale la comunità di Rubbio, nell'aprile 1991, gli assegna un riconoscimento.
La sua attività artistica è documentata presso: l'Archivio Storico A.S.A.C. della Biennale di Venezia; Fondazione Ragghianti, Lucca; Fondazione Corrente, Milano; Biblioteca Kandinsky, centro Pompidou, Parigi e altre istituzioni Culturali in Italia e all'estero. Nel marzo 1999 è stato iscritto all'Albo Nazionale Pittori e Scultori, A.N.P.E.S.
L'opera di Toni Zarpellon è riportata da Giorgio di Genova nella storia dell'arte italiana del '900.
Nel 2006 e 2008 si fa riferimento all’opera del bassanese nelle edizioni Electa "La pittura nel Veneto - Il Novecento"
E’ presente con "Cento giorni per cento autoritratti 1999-2000” presso la Sala Ospiti del "MAGI", Museo d'Arte delle Generazioni italiane del '900, a Pieve di Cento (BO).
Nel 2008 è invitato alla rassegna "Arte al bivio -Venezia negli anni sessanta-" a cura di Nico Stringa, tenutasi presso l'università Cà Foscari. Nel 2011 è uscito, per le edizioni Napoli Nostra, il volume "Fra tradizione e innovazione - artisti italiani da non dimenticare" dove Rosario Finto ha preso in considerazione l'opera di Toni Zarpellon.
Un dipinto del 1973 è pubblicato nel catalogo della mostra  alla Casa dei Carraresi di Treviso "II pittore e la modella, dal Canova a Picasso".
A marzo  2008 e in aprile 2011 è allo Studio Arte Mosé di Rovigo con due personali tematiche. Nel settembre dello stesso anno espone  all’ex-Istituto Statale d'Arte in Campo dei Carmini a Venezia. Successivamente a Milano riscuote unanimi consensi. Nel 2013 è tra gli Artisti della Fiera Arte Padova.
©  Copyright 2014.  Studio Arte Mosè




lunedì 30 settembre 2013

Estrema Protesta di Vincenzo Baratella



VINCENZO BARATELLA


ESTREMA
PROTESTA
 

Prefazione di Emanuela  Prudenziato

Preludio della tragedia




E‘ solitamente per caso che inizia un lungo cammino mentale composto da giustapposizioni, un flusso di coscienza, fatti  consequenziali, momenti del vissuto, idee, frammenti. Ci si trova indaffarati a districare questo disordine. Una fabula umana nota, arcinota, ma l’intreccio si dipana sempre nuovo, inatteso, sfugge talvolta all’ovvietà e racconta la vita come se si trattasse di un film, fa credere al protagonista  di esserne  il regista. Il suo destino: la famiglia, il lavoro che si è costruito.
La parte dell’eroe è assicurata, non ci sono comprimari; è convinto di seguire la trama che ha predefinito, tuttavia l’interscambio con i massimi organismi sociali limita e condiziona. I colpi di scena susseguono, non sa gestirli; sembra che ci sia qualcosa oltre quel problema e continua a lottare eroe: “senza macchia e senza paura” con il coraggio, la perseveranza, la dignità, l’onestà, ma… non bastano le armi morali se vi sono difficoltà economiche.
Le banche esigono ben altri eroi, vincoli, oneri da rispettare al di sopra di tutto e di tutti. Non si è più persona, ma debito insoluto, un cliente non più affidabile, inadempiente che aumenta “la sofferenza” dell’istituto finanziario”.
 Il protagonista-regista si identifica con questa “sofferenza”, non più questione di denaro, ma di dignità irrimediabilmente ferita. Da qui inizia a prendere forma una scelta senza ritorno, la negazione di sé per affermare se stesso, fibra necessaria nel contesto della quotidianità. L’affabulazione degli avvenimenti in prima persona è un susseguirsi di ricordi velocissimi. Il protagonista rivive, in una serie di associazioni di idee, tutta  la propria esistenza: l’educazione ricevuta, la forte valenza formativa  peculiare delle  sintetiche frasi, fonte di saggezza e di esperienza, pronunciate  dai nonni e rinfrancate  dai genitori.
La pratica quotidiana del sacrificio e della soddisfazione per il proprio lavoro si contrappongono alla freddezza dell’interesse politico, alle piccole convenienze di chi gestisce la cosa pubblica, a chi ha prerogative camaleontiche. E’ indubbiamente difficile trovare le espressioni appropriate per smascherare il gioco subdolo di questa realtà; nella mente rimane un inestricabile pensiero. L’unica testimonianza di questa profonda angoscia è costituita da una parola: PERDONO.
 La voce del protagonista è la lettera mai scritta, annuncio della tragica fine. Il solo modo per dare visibilità a questo percorso esistenziale.
Nell’impegnarsi a parlare di una vita non significa semplicemente esporre una vicenda individuale, ma il continuum di vari momenti che costituiscono la storia con la  S maiuscola  scritta  da un Nevio, Sallustio e non solo grandi avvenimenti come in Ennio, Livio …. L’esercizio più difficile è trasporre con parole efficaci, sentimenti, pensieri, fatti vissuti da individui che non sono personaggi storici, eroi, ma hanno costruito la loro storia e quella dei manuali anche solo con una foto nel fondo pagina.
Raccontare senza tradire, come nel “mestiere“ di storico, testimoniare la verità, raggiungere l’obiettività  non  solo dei  fatti, delle vicende accadute, ma anche e soprattutto dei sentimenti dei protagonisti, del tempo vissuto, in cui sono nati e si sono evoluti.
L’applicazione continua della memoria è un ripescaggio interiore e del proprio tempo non tanto per ricordare o far rimembrare quanto piuttosto scuotere le menti, i cervelli, non è cosa certa parlare ancora di coscienza (forse solo la gente comune ne rammenta il significato). La realtà procede spietatamente senza guardare negli occhi nessuno, né onestà, né disonestà: valgono i soldi contanti, i bancomat …
Non ci sono ideali perché non esistono più né coscienza, né anima; è troppo duro procedere secondo le regole, guardarsi dentro non è esercizio fattibile da tutti, si può rimanere invischiati in un’autoanalisi che può scardinare i comportamenti più liberi, disinibiti (libertini è un termine troppo intellettuale, elegante); queste cose non ci sono più, c’è solo l’ostentazione dell’avere e quindi di poter fare, mettere in atto qualsiasi cosa.
L’uso del verbo alla terza persona emerge nella cronaca della mesta cerimonia; la voce narrante sostituisce il protagonista. E’ il preludio della tragedia: mimesis catartica di una vita.

Agosto 2013
                                                                  Emanuela   Prudenziato

                                                                    
ESTREMA PROTESTA
di Vincenzo Baratella
una storia vera camuffata da romanzo
presentazione libro
Sabato 19 ottobre 2013 alle ore 18,00 nella “Sala Celio”, gentilmente concessa dalla Provincia di Rovigo, in Via Ricchieri Celio, 8, la Prof.ssa Emanuela Prudenziato presenta il libro di Vincenzo Baratella, ESTREMA PROTESTA.

L’autore, come anticipa Prudenziato nella prefazione al libro, riflette sulle vicende odierne recuperando le esperienze, anche dolorose, del secolo trascorso. La società, storicamente a noi più vicina, viene analizzata attraverso le sue  aspettative, i suoi sacrifici, valori, insegnamenti traditi dal razionale cinismo del presente.

ESTREMA PROTESTA è una storia vera e attuale. Sacrifici di una famiglia artigiana nell’ascesa al benessere. Le commesse non pagate dalla pubblica amministrazione, i debiti, la mortificazione economico-psicologica inducono al tragico epilogo.
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Estrema protesta.
E come può non essere altrimenti… mala tempora.
Tre generazioni che faticano in una salita per raggiungere il benessere economico; la scalata verso il prestigio sociale. Non ci sono re, ma umili che diventano i protagonisti anonimi della società.
Nel libro ho voluto far emergere la spettacolarità “filmica” nelle pagine affettive; ovviamente in loro compare la componente soggettiva. Per il canovaccio mi sono documentato ed ho riportato la storia vera, pur camuffando nomi e luoghi: il fatto di cronaca è uno dei tanti.
Le pagg. struggenti, dolorose, “padre, madre, nonno, equitalia, debito, la forza pubblica, sono in fondo dei veicoli per sottolineare ancor più l’induzione all’estrema protesta e indirettamente -nella comparazione ieri oggi- l’accusa al sistema “sconveniente”.
Rispetto altri miei lavori emerge la notevole differenza linguistica: il linguaggio massimamente usato è colloquiale - gergale, per facilitare la diretta fruizione cognitiva del messaggio.                     Vincenzo  Baratella.
                                 
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RIFLESSIONI SU “ESTREMA PROTESTA”
Relatore: Artista prof. Toni Zarpellon
“Sala Celio” della Provincia di Rovigo, 19 ottobre 2013.


Ringrazio Vincenzo Baratella per aver scritto il libro “Estrema protesta”. Libro che ho letto e riletto e che continuo a sfogliare sottolineando alcuni passaggi e acute riflessioni per un processo di identificazione che avviene quando, in ciò che si legge, ritroviamo parte di noi stessi che si chiarifica e prende forma rendendoci consapevoli delle nostre inquietudini esistenziali per liberarcene.
Esso è un affresco degli ultimi cinquant’anni di storia italiana dove la storia personale del protagonista si intreccia con la storia collettiva plasmata da persuasioni occulte con tutti gli intrighi e manovre politico-finanziarie praticate sempre in nome della democrazia e della presunta felicità consumistica.
Un libro che rimarrà come testimonianza di una parabola che dall’inizio trionfalistico arriverà al suo declino e collassamento.
E’ una prosa che ti tira per la giacca per riportarti alla realtà dell’esistenza. Realtà drammatica a volte mitigata da un’amara ironia per meglio fissare lo sguardo sulla condizione umana.
Non so se si può parlare di realismo nel senso di una scrittura che mira a descrivere fatti concreti della vita. Sono tentato di rovesciare il termine parlando di “costruzione mentale” dove la realtà è filtrata attraverso la memoria nella solitudine della riflessione. Da qui la trasfigurazione poetica tramite un linguaggio asciutto dove la componente diaristica e forse autobiografica mi sembra costituisca il filo conduttore delle scansioni spazio-temporali dei vari capitoli che compongono il libro.
Qualcuno ha detto che la storia cammina sulle gambe della cronaca. Dico questo per difendere (ma non credo ne abbia bisogno) il lavoro di Baratella dai possibili attacchi di chi potrebbe vedere nel suo libro un taglio cronachistico perché troppo vicino a fatti non ancora sedimentati nel tempo. Sembra che lo storico debba parlare solo di cose lontane, svincolate da un coinvolgimento personale.
Baratella parla invece di fatti che sono avvenuti intorno a lui o che ha vissuto personalmente. Un lavoro importante per lo storico di domani che dovrà parlare di ciò che è avvenuto oggi. Egli dovrà fare i conti proprio con il contributo di chi è stato testimone diretto di ciò che è avvenuto. Solo un soldato che è stato coinvolto in prima persona in un campo di battaglia può dire che cos’è la guerra. Gli altri solo per sentito dire.
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L’estrema protesta di Vincenzo Baratella, indignato e pessimista.


Elisabetta Zanchetta


L'eternità è un valore accettabile soltanto per chi prova un sentimento religioso. II denaro, la corsa al potere, all'accaparramento, ma anche più sempli­cemente e con profondo sacrificio l'impegno per realizzarsi, l'investire sulle proprie capacità, le conquiste sono tutte cose che hanno il sapore del quotidiano. Capita, però, che nella comparazione tra ieri e oggi qualcosa strida e faccia sfociare l'accusa verso un sistema "sconveniente", fatto di finzioni, apparenze, medianicità, sofferenze interiori, gioghi mentali. Ecco che ne nasce un grido, ”Estrema protesta", ultimo lavoro letterario di Vincenzo Baratella, insegnante di lettere e titolare della galleria d'arte Mosé di via Fiume. Una denuncia, la sua, con semplicità, un linguaggio immediato e accattivante, di una "società in cui tutti siamo vessati, dove alla scalata della famiglia verso il benessere succede poi la crisi e il miraggio del posto fisso si risolve nell'ennesima promessa senza fonda­mento", fra cronaca e sentimento. Baratella mette nel libro la storia degli umili che diventano protago­nisti anonimi della società, storie vere sotto falso nome, a cui si intreccia nell'aspetto più filmico e spettacolare, anche l'esperienza quotidiana persona­le. Un grido pessimista e forte che vuoi far giungere al lettore un messaggio: occorre reagire per sma­scherare ogni gioco subdolo della consolidata realtà.
© riproduzione riservata

giovedì 16 maggio 2013

Unico e in marmo

Unico e in marmo
di  Matteo Faben 
allo STUDIO ARTE MOSE’


Sabato 18 maggio, alle ore 18, presso lo Studio Arte Mosè di Rovigo sarà inaugurata la personale dello scultore Matteo Faben. E’ uno dei pochi forgiatori che dall’inizio alla fine, dall’idea alla forma, scalpella, toglie, incide, leviga la metamorfica roccia calcarea, saccaroide, bianca, cristallina. Faben usa quella di Carrara. E’ il desiderio di mostrare se stesso attraverso il veicolo dei grandi. E chi meglio di lui oggi può dar prova di un’abilità senza pari nel proporre l’oggetto con la stessa materia dei più illustri. Lo scultore veronese, già esperto a sfruttare il rosso della sua terra, il biancone, la pietra tenera di Vicenza, ha fatto un’inderogabile scelta: solo il marmo di Carrara. E non è un vezzo. Matteo ha praticato le cave toscane già adolescente; la polvere bianca, oleosa al tatto è entrata nei pori; ha capito attraverso lo scalpello la linea di frattura, la vena del colore data dalle inclusioni minerali. Faben, che a soli tredici anni è tra il lastrame di Carrara, ha in seguito la necessità di dare “forma e significato a quello che solo all’inizio era un blocco” informe. Frequenta l’Accademia Cignaroli di Verona; perfeziona il disegno ed il ritratto dal vero. Alla maniera canoviana mette i punti sul gesso e poi riporta sulla massa di roccia. Mi raccontò che negli schizzi gli era oramai usuale raffigurare il corpo umano nella dimensione reale. Nella ricaduta tridimensionale dell’opera è un figurativo perfezionistico. Nelle sculture di Faben c’è tutto il passato della scultura levigata, liscia al contatto, morbida nelle curve. Ha sposato un sincretismo classico nella forma e odierno nella tematica. Le opere sono in effetti frutto del pensare contemporaneo, con le ingerenze di quella che può essere definita la metafora del vivere quotidiano. “Tutte le volte che mi sono sentito piccolo - afferma - è esplosa dentro di me la voglia di un infinito irraggiungibile”. E’ la Fede per autoaffermarsi a lasciare una testimonianza della sua Arte. A buon diritto è tra coloro che lasceranno il nome ai posteri; infatti, alcune sue statue campeggiano sugli altari, nei fonti battesimali e nelle piazze. Tra le più recenti sono da ricordare: “La Vergine” nella Chiesa di San Gaetano di Barletta; “Il Fonte Battesimale” nella Chiesa di San Luca di Carrara; “La fontana” nella Piazza del popolo di Casaleone (Verona). Singolare è comunque il fatto che ogni opera di Matteo è unica e irriproducibile, poiché solo quello è il pezzo di marmo bianco di Carrara e solo quello ha subito le carezze del suo scalpello e la passione della sua forza creativa. La delicatezza delle forme e l’intensità emotiva, esplicate in “Mistero della Fede”, sono chiari esempi del trasporto altamente spirituale dell’0pera di Faben. La mostra resterà aperta fino al 13 giugno p.v. tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì, dalle 16,30 alle 19,30 , in via Fiume 18 a Rovigo.
                                Vincenzo Baratella   
Autoritratto di Matteo Faben

La gallerista dott.ssa Emanuela Prudenziato dopo allestimento personale di Matteo Faben
"Il Mosè" destinato a Fonte Battesimale di Chiesa a Carrara


Recensione su : www.viavainet.it




Ecce Homo di Matteo Faben in marmo di Trani, cm. 191. Collocato nella chiesa di San Gaetano a Barletta.

Chiesa di San Gaetano di Barletta, dove è collocato "Ecce Homo"

mercoledì 20 marzo 2013

ARTE COME AUTOTERAPIA


ARTE COME AUTOTERAPIA
Mostra allo "Studio Arte Mosè"  di Rovigo
dal 16/03/2013 al 02/04/2013



L’arte per scongiurare le angosce.


Ai quesiti sulla vita, l’arte è stimolante veicolo nella ricerca della risposta: desiderio di una identità. E quando si indaga emergono le angosce. Nel difficile interscambio del consorzio sociale la più parte del genere umano è occupata a soddisfare i bisogni primari e di conseguenza evidenzia un  approccio labile ai quesiti teorici sulla serie delle problematiche che investono la sfera emozionale. Viceversa chi ha, e avuto, rapporti conflittuali con se stesso e con gli altri ha la consapevole necessità di rovistare tra le cassettiere del secretaire più intimo e di collocarsi in un oltre uomo. Quello che si guarda dentro dallo strapiombo, tra le montagne, immerso in un latte di nubi e nebbie. Analogo al Wanderer di Friedrich chi è sofferente mostra la tranquillità inquieta nell’accettazione delle proprie fobie. Subentra il desiderio di universalizzare il dolore e con la necessita di usare un linguaggio eclettico, una comunicazione poetica, quella dell’arte, della pittura, per trasmettere agli altri il modus operandi, per scongiurare le paure interiori; un’arte per costruire il totem. Bisogna salire sul palco e annunciare la profezia del come ri-proporsi; escludere l’inattuale linguaggio dei classici, dei perfezionisti, dei realisti esasperati, di chi ha rappresentato l’esteriorità, l’apparenza, la maschera, personam  tragicam: quanta species cerebrum non habet. Così l’artista “in conflitto” nell’estrinsecazione artistica esclude la raffigurazione della mera magnificenza estetica, anzi la grava con i pesi dell’imperfezione. Strappa il velo delle siluette apollinee e pone al fruitore la sconcertante verità nuda dell’essere. La personale visione del mondo, per quanto turbata e conturbante, sottolinea l’universalità del dolore e s’apre disponibile alla ricerca del piacere. E’ un ossimoro l’intero percorso esistenziale. L’opera è una varietà di radiografia, di analisi introspettiva, per scrutare ciò che è nascosto dentro di noi ed abbiamo timore di rivelare; nel contempo diventa tentativo di esorcizzare traumi assopiti, vissuti forse dalla più parte e mai condivisi, perché censurati dal superio sociale. Per la categoria d’artisti che rientrano nella sfera della “follia” è una pittura desueta, oltre gli schemi concettuali abituali: un nuovo urlo di Munch con lo scopo di superare a bracciate vigorose l’onda delle afflizioni. L’uomo naufrago nel turbine di una tempesta interiore ha la necessità di creare altari, immagini propiziatorie alla stregua dei progenitori. Questi nelle caverne di Lascaux, di Altamira imprimevano le mani imbrattate di ocra rossa sulle pareti delle caverne, accanto ai graffiti del bisonte, per lanciare un anatema, scongiurare il pericolo nella lotta impari uomo e animale e propiziare la forza per il raggiungimento dell’obiettivo con successo; il “genio incompreso” spoglia l’essere umano dai corollari estetici e mostra l’essenza intima. E’ sostanzialmente un’arte per auto mostrarsi, e per cercare unanimi consensi. C’è il bisogno di trovare una condivisione per porre una tregua psicologica per ciò che turba ed ha sconvolto. Il bisogno dunque di mettere sul tavolo dell’anatomopatologo i tabù dell’intera evoluzione, sezionati, classificati e ritratti affinché l’osservatore possa spartire con gli atri quello che ha provato e opportunamente evitato di rivelare. Solitamente l’artista turbato, incompreso, fobico, s’immerge tra la folla per gridare afono la sua ossessione, ma anche per nascondersi, come durante la bufera, nelle notti d’inverno, il bimbo vince il panico, con il lenzuolo tirato fin sotto il mento. I bimbi di Schiele, denutriti, violati, sono sostanzialmente i figli di un’umanità avariata; quelli che hanno sperimentato la brutalità dell’ “l’uomo nero”, senza riuscire a proteggersi, o meglio, avere protezione da figure parentali di riferimento. Le teme del mondo sono innumerevoli e come tali devono essere ingabbiate nelle tele. Nella necessità terapeutica di esibirsi la genialità borderline usa tonalità tendenti al  monocromo, efficace esempio in Gino Sandri, perché sono più  efficaci a esprimere la sofferente condizione di chi vive fantasmi all’interno di mura, impedito da barriere, bloccato da mattoni. Sono pure le denunce di Caruso. Tra follia e normalità il confine è arbitrariamente soggettivo; lo spettatore coglie soprattutto la dimensione non comune, non condivisa; fuori dagli schemi ci sono carcasse mummificate. Solipsistiche ripetitive espressioni maniacali che ripetono la sofferenza dell’intera umanità con la pretesa della innovativa scoperta della stessa e di proporne il rimedio. Nelle risultanti artistiche, già da Bosch, s’immagina il fetore di redivivi Oetzi, incartapecoriti, con i denti grandi appena trattenuti dagli alveoli, la pelle tesa sul corpo estraneo e le pupille in una midriasi di allucinazione e di morte; eppure la risultante artistica fa percepire dinamiche interiori. Si estrapola il desiderio di vivere e di curare lo stato di sofferenza. Nel comune denominatore emerge l’attesa: del silenzio, dell’uditore, della resurrezione dopo la morte-della-nascita. La madre è stata quasi sempre colpevole di aver procreato l’oggetto sofferente e dipendente. Il demone artistico, l’ispirazione per realizzare, il dipingere per universalizzare il tema al mondo altro non sono che sforbiciate finalizzate a tagliare il cordone ombelicale con la madre biologica e con la matrigna psicologica. Un concetto che ha analogie  leopardiane. Nonostante siano negative le visioni del mondo l’artista che  si libera tra genialità e pazzia non perde quasi mai il desiderio di godere quelle che ritiene comuni gioie. L’espressione artistica ha la valenza di autocelebrare la condizione diversa, ma anche quella di programmare il mutamento in meglio della vita stessa. Soprattutto negli espressionisti s’intravvede l’oro, il decoro e  il riverbero del sole, la luce, la speranza, ciò che è prezioso: la vita stessa. In fondo l’ergo sum è l’unica certezza anche nella follia; infatti attraverso l’espressionismo esistenziale esasperato, similmente a Schiele, è ribadito il nietzschiano concetto dell’umano, troppo umano che spinge all’autoconservazione e all’autoanalisi come cura.

                                          Vincenzo Baratella

testo e immagini non riproducibili



sabato 2 febbraio 2013

humilesque ollae



 

 

 

 
 


 
 
RETROSPETTIVA  DELL’OPERA DI
MOSE’ BARATELLA
curata dalla prof.ssa Emanuela Prudenziato
humilesque  ollae

dal  29/09/12  al 31/10/12
presso lo Studio Arte Mosè
Via Fiume, 18 – Rovigo



humilesque ollae

Ogni arnese a contatto con l’esperienza umana ne diventa simbolo; questo esprime l’opera di Mosè Baratella. La lettura dei manufatti è quanto mai soggettiva, intensa, coinvolgente, elaborata, un flusso di coscienza, una ricerca del proprio tempo per con-fermarlo. Più significativo è il legame con gli utensili della cucina, humiles ollae, quando si  rinnova come un rito la preparazione delle pietanze per la famiglia:  la scelta  del cibo, delle pentole adatte per  la cottura, gesti accurati, precisi, atti a ricreare quel gusto gradevole  a tavola e  con la stessa semplicità  rigorosa offrire sulla tela quelle piacevolezze gustative. La pennellata decisa, la mano segue il pensiero, la passione di esprimersi in pochi tocchi fanno emergere dalla immagine   gli  oggetti   del quotidiano. La personificazione del vivere, dei gesti in cucina, nel cuore della propria famiglia, gli sguardi, le cose dette, il tono di voce che risponde alla richiesta del gusto di una particolare pietanza; tutto ciò si percepisce dai quadri con gli ordinari tegami colorati: rossi, blu, alluminio, che rivelano  l’usura del tempo, la patina calcarea dell’acqua, le bruciature, le screpolature ed un occhio nero al posto dello smalto. Un modo per scrivere lo scorrere della propria vita, le proprie scelte nel bene e nel male. Una pennellata più corposa, una correzione come un rammarico, un ricordo tra i chiaro-scuri ed ancora colore più vivo, più brillante, via con forza, per far rinascere quel magico momento, un taglio di luce fra zucche, arance, uova e carnose verze appena colte. Alcune inquadrature tratte dal lavoro in cucina, tra i fornelli, un pollo spennato pronto per essere cotto, arrostito, gli aromi dell’orto: prezzemolo, aglio, per  preparare  polpose melanzane di un viola ametista del Brasile, una bottiglia verde tra arance tarocco succose, profumate avvolte in uno strofinaccio, le  uova  per i dolci, la pasta fresca “creata” dalle mani  esperte della consorte. Ancora peperoni gialli, rossi con la loro polpa carnosa, croccante e saporita ed un grappolo d’uva bianca sullo sfondo. La raffigurazione degli attrezzi abituali costituisce una modalità espressiva che tende all’analisi e alla narrazione della vita familiare negli aspetti più intimi, più veri. L’arte, la capacità di vedere oltre per parlare di sé, di quanto si considera importante, offre la possibilità di volgere l’attenzione alle piccole cose e le rende grandi per la loro semplicità, autenticità. Il quadro, che vede della frutta in primo piano ed una pentola seminascosta da una tovaglia, presenta sullo sfondo delle figure: una madre ed un figlio, la realtà fondante dell’esistenza umana, sono immagini lontane, ma importanti  per le quali e con le quali condividere la quotidianità della propria espressione artistica, il gusto, la piacevolezza del dipingere per comunicare più intensamente i propri sentimenti. Tanti  momenti   di vita fermati sulla tela come   ricerca    recupero     del tempo, istantanee di   famiglia, ricordi interiori, riflessioni pittoriche guidate dal colore dalla luce, da quel sentimento inspiegabile che spinge a rappresentare ciò che si  ama, quell’ unione, quella religione del nucleo familiare  una pittura realista  dove  le cose  “parlano”, “raccontano” la vita dall’ interno di una cucina per arrivare al sentimento per la devozione, l’attenzione instancabile della consorte  Giuliana, decisa e sicura  nel suo affetto e nelle sue azioni per costruire, difendere il proprio “nido”, l’equilibrio, la serenità dentro e intorno alla propria famiglia.
                                                         Emanuela Prudenziato