venerdì 6 marzo 2020

Studio Arte Mosè compie 20 anni.


Studio Arte Mosè compie 20 anni.
Studio Arte Mosè compie 20 anni.
E’ in un momento triste, senza invitati per il COVID-19, che lo Studio Arte Mosè, di Rovigo compie vent’anni.
Sono superflui i commenti e le parole auto celebrative quando il pezzo della giornalista e poetessa Elisabetta Zanchetta, su il Gazzettino ha saputo cogliere da un’intervista lo spirito i sentimenti e le spinte emotive che inducono a mantenere aperto un oneroso, seppur piacevole spazio espositivo, nel terzo millennio. Sono doverosi i ringraziamenti al Dir. de Il Gazzettino di Rovigo che tanto spazio ha voluto dedicare per chi ha coltivato solo l’amore per lo spirito. GRAZIE.
G.B. Tregambe e Baratella
Baratella e Cibotto 1.9,2007
Emanuela Prudenziato e Cibotto 2008
Mosè Baratella in Dalì, Biennale collaterale Venezia
Mosè Baratella: Sfondo autoritratto

martedì 18 febbraio 2020

Verismo maremmano nell'opera incisa di Giovanni Fattori

VERISMO MAREMMANO NELL'OPERA INCISA DI GIOVANNI FATTORI
Allo Studio Arte Mosè di Rovigo
dal 22.2 al 12.3.2020


Verismo maremmano nell’opera incisa
di Giovanni Fattori
Fattori nasce e si identifica in prima istanza come pittore in continua tensione, ricerca della tecnica mai fine a se stessa; infatti dipingeva ciò che aveva osservato dal vivo e le sue opere daranno spunto all’esperienza incisoria come approfondimento della conoscenza del reale nella sua struttura spazio-temporale. Giovanni Malesci, suo allievo, è colui che opera per promuovere le incisioni di Fattori. La prima è ispirata dal dipinto “Carica di Cavalleria” del 1883 lavoro voluto dalla Società per le Belle Arti di Firenze. Nel 1884 viene realizzata una tiratura di venti litografie da parte della Cromo-Lito-Pistoiese. Quattro anni dopo nel 1888 nella Prima Esposizione di Belle Arti di Bologna ventuno fogli furono acquistati per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e altri sei fogli dal Ministero della Pubblica Istruzione. Fra le ventuno incisioni comperate a Bologna vi era “Bovi al carro” (Maremma), opera inviata in Francia all’insaputa del Maestro, dove ottiene la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di Parigi. In seguito Fattori diviene membro della Commissione artistica della calcografia di Roma fino al 1905. La sua produzione incisoria non è sistematica e non sono mai state realizzate serie numerate. Per quanto concerne la firma, questa è apposta sulla lastra o talvolta a matita o ad inchiostro sul foglio. Fattori avvicinatosi all’incisione in età matura, 55-60 anni, utilizza un piccolo torchio per verificare la validità e il risultato del proprio lavoro. Agli inizi degli anni 1880 vengono eseguite tirature più regolari su incarico dell’autore stesso che nell’ultimo decennio, ormai celebre, affida la produzione a tipografie professionali. Dopo la morte di Fattori, Giovanni Malesci, terminata la mostra con venticinque acqueforti presso la Galleria Excelsior di Parigi, stampa 164 lastre (166 fogli perché due lastre sono incise su entrambi i lati) nel 1925, centenario della nascita del Maestro. 164 lastre meglio conservate vengono scelte fra le 178 ritrovate nello studio di Fattori. Si realizzarono due tirature da 50 esemplari presso l’editore Benaglia di Firenze e successivamente le matrici furono donate al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi. Nel 1958 con il permesso di Malesci una nuova tiratura in 10 cartelle delle 164 lastre ad opera della Calcografia Nazionale di Roma per i 50 anni dalla morte di Fattori e anche di 10 lastre inedite, escluse nel 1925 perché ritenute troppo rovinate Da queste 10 matrici altra tiratura nel 1970 in 30 cartelle numerate ad opera dell’editore Vallerini di Pisa sotto il controllo della vedova Malesci, Anna Allegranza Malesci. Poi le 10  lastre furono consegnate al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi a Firenze anch’esse con il divieto di ristampa come le precedenti.  Di Fattori ci sono 174 lastre conosciute (14 in rame e 160  in zinco) per un totale di 176 incisioni (due doppie) e 8 incisioni (lastre perdute) forse stampate dallo stesso Maestro. Fattori per incidere adoperava l’ago da materassaio o il punteruolo, strumenti artigianali vicini al mondo da lui rappresentato. Le opere grafiche sono in sintonia con il pensiero verista di Fattori intento a cogliere, come nella pittura, la realtà della sua Toscana, nella fattispecie la Maremma con butteri, contadine, stradine di campagna, buoi, cavalli, soldati nell’aspetto più vero, con la fatica, il lavoro, la stanchezza. Sono icone di un realtà colta nell’autenticità in cui si accomunano gli esseri umani e gli animali in fotogrammi “leggibili” grazie alle incisioni che sono il risultato di  un insieme  di tratti intricati, che visti da vicino danno l’idea di un groviglio, qualcosa di inestricabile, difficile atto a sottolineare l’aspetto dell’esistenza umana comune con le sue contraddizioni. Lo Studio Arte Mosè espone sedici incisioni per una straordinaria rassegna unica nel suo genere per Rovigo. All’interno dell’esposizione è presente “Bovi al carro” e l’olio su tavola “casa bianca in Maremma”. ©Emanuela Prudenziato
Sotto alcune opere:
L'ora di ricreazione
Bovi al carro
La casa bianca, olio su tavola, collezione privata
Pio bove
momento inaugurazione
momento inaugurazione
Emanuela Prudenziato presenta le opere
Emanuela Prudenziato presenta le opere
Emanuela Prudenziato presenta le opere


Vincenzo Baratella, Vita crepuscolate nell'età del paralogismo logico

Vita crepuscolare nell'età del paralogismo logico . poemetto domestico di Vincenzo Baratella




Poemetto domestico. Vita crepuscolare nell’età del paralogismo logico è l’analisi erudita di oltre mezzo secolo; dalla ricostruzione post-bellica all’età dei populisti. Quasi una autobiografia poetica in cui s’intrecciano lotte, conquiste, delusioni e contraddizioni sociali.

 

Vincenzo Baratella è nato a Rovigo, dove vive e lavora. Laureato all’ Università di Padova, professore, è curatore critico dello Studio Arte Mosè. Ha presentato numerosi Poeti e Artisti. Ha redatto cataloghi d’arte. Tra le pubblicazioni sono da ricordare: Scuola, La più grande eredità, Memoria di Fulberto: ricostruzione delle vicende che ebbero per protagonista il canonico di Parigi, Eloisa e il filosofo Abelardo. Per Pinocchio la fatina c’è sempre: saggio critico sulla società, politica e cultura della seconda metà ’800 e concreta ricaduta nella contingente verità odierna. Estrema protesta: vicenda vera e attuale. Sacrifici di una famiglia artigiana nell’ascesa al benessere. Le commesse non pagate dalla pubblica amministrazione, i debiti, la mortificazione economico-psicologica inducono a un  tragico epilogo. Ha voluto focalizzare il connubio arte e indagine sociale attraverso il saggio; Preoccupanti coeve verità di Mosè. Con Il desiderio nella sofferta attesa del piacere ha marcato con brevi racconti le tappe socio-culturali di generazioni a confronto nell’approccio con la sessualità e le relazioni affettive.
 Presentazione libro 12 febbraio 2020

martedì 14 gennaio 2020

DAL CLASSICO ALLA POPULAR ART




Dal classico alla popular art

Esiste un’evoluzione nell’espressione artistica che rispecchia la cultura, la mentalità, il modo di vivere, pensare della gente senza alcuna distinzione di classe. Molto spesso tuttavia quando si parla di arte vi è un riferimento ad una rappresentazione leggibile in cui riconoscersi e ritrovare la propria identità sociale. Nell’arte che rappresenta oggetti familiari, personaggi famosi si raggiunge una incredibile vicinanza con qualcosa di passeggero, che rimanda ad una realtà momentanea, un istante di affermazione del proprio essere, per poi inseguire altre mode, altri scoop, avvenimenti che colpiscono l’attenzione dell’opinione pubblica che a sua volta si identifica con il successo immediato ed il suo ricordo. L’arte fagocita se stessa per ritornare sempre diversa, imprevedibile sotto forme nuove per colpire l’osservatore e poi sparire e ricominciare un gioco senza fine e privo di una identità precisa, definita; non è più punto di riferimento, ma può diventare in qualche caso un buon affare. Insomma solo soldi, non serve il contenuto rappresentato, ma il nome di chi ha avuto l’idea, il coraggio di sfidare per la prima volta e quindi segnare una spaccatura con la comunicazione tradizionale. L’oggetto raffigurato, la situazione possono essere comuni, scontati, non avere nulla di particolare, ma rimane l’atto, la volontà di colui che ha deciso di usarli e farsi identificare con loro. L’arte classica rappresenta equilibrio, armonia, un discorso simbolico, analitico non sempre d’immediata lettura per la massa. Ragion per cui può rimanere come qualcosa di piacevole, di bello, ma pur sempre lontano dall’esperienza della banalità faticosa del quotidiano fatto di cibo straniero, gusti che dovrebbero creare esaltazione esistenziale, risolvere problemi anche affettivi. (hamburger per incontrarsi, ritrovare legami familiari…). Come creare allora un collegamento fra la consuetudine giornaliera e il linguaggio dell’arte? Riuscire a coinvolgere il fruitore di un’opera d’arte significa saper leggere nel suo animo. Piero Costa. La sua realizzazione pittorica è un’interpretazione ironica dell’opera di Juan Sanchez Cotan. Nella natura morta con cardo Costa ha inserito, al posto della cacciagione ed altri soggetti naturali, un paio di scarpe da tennis; anche quest’ultime sono un oggetto privo di una qualsiasi funzione se non indossate come la frutta e la verdura una volta colte perdono la loro esistenza vegetativa.  Il gesto pittorico dell’artista Paolo Rigoni bene interpreta la condizione esistenziale contemporanea con la realizzazione di una tela costituita da fogli di quotidiani nazionali ed esteri alle spalle di un uomo che grida. L’espressione è la conseguenza di una realtà che molto spesso utilizza i mezzi di comunicazione virtuale per creare disorientamento, incertezza e controllare meglio le masse ormai ebbre di news: mondo virtuale che si confonde con il vero. Un urlo di disperazione esistenziale che ricorda l’opera di Munch, anche se la tematica storicamente si differenzia. Dal punto di vista tecnico  nel quadro di Munch la figura umana è deformata  per motivi psicologici ed appare nella sua essenza; nell’opera di Rigoni l’individuo  è  alle prese con una situazione che costantemente, quotidianamente gli sfugge, pensa di leggere la verità, la notizia utile, interessante, importante sul giornale che subito dopo perde nel tempo il suo valore  e deve essere accantonato; ciò che rimane è solo un pacco di carta: la sola cosa che può essere ancora adoperata. Una tecnica similare viene utilizzata da Lino Lanaro. Nei suoi quadri molto spesso la base è costituita da giornali, di cui evidenzia qualche titolo, in connessione con l’argomento proposto. Oltre a ciò si richiama alla rappresentazione di personaggi conosciuti a livello internazionale come il defunto presidente della Cina: Mao. Profumo di donna è il titolo dell’opera che presenta l’immagine di una sfinge: icona della civiltà egiziana e simbolo per eccellenza dell’indecifrabile spirito femminile, in connessione una donna, in abito rosso, colore legato alla rappresentazione del sentimento, in posizione  rannicchiata, quasi fetale. Il quadro offre elementi molto vicini alla sensibilità di un pubblico vastissimo e non hanno bisogno di presentazioni. Giorgio Grossi. Le sue sperimentazioni avvicinano ancor di più l’osservatore in quanto pur esprimendosi con materiali non sempre usuali ne rappresentano e sostengono l’idea: la prima opera realizzata con il cemento è un chiaro riferimento al paesaggio dell’entroterra riminese mentre la seconda è legata agli affetti familiari e© ai luoghi usuali con la tecnica del collage atta a creare un caleidoscopio colorato di emozioni, sentimenti, ricordi. Vicentini. L’immagine è classica con Palazzo Ducale, Piazza San Marco, luoghi che appartengono all’umanità, patrimonio artistico ineguagliabile unito ad una presenza perfetta nell’aspetto per l’armonia, l’equilibrio delle forme, ma contrastante sia per il mezzo di locomozione che usa (bici) sia per la consistente assenza di vestiario. Comunque in sintonia con il concetto di bellezza e le sue possibili rappresentazioni. Finotti propone un’incisione riproducente una forchetta all’interno di una struttura che racchiude un elemento anatomico femminile (un seno) per parlare della donna, la sua peculiarità unica di dare la vita, nutrimento, sostentamento fondamentale per la famiglia attraverso una sintesi grafica. Nicoli. Figure di cavalli dipinti nella loro eleganza utilizzando un accostamento cromatico che ne individua la forma e la sostanza, un momento di eleganza plastica. Marcon. Pur nel rigore del segno, delle procedure incisorie il paesaggio in blu si distacca dalla consuetudine; un abbaglio di luce e tutto assume una dimensione inusuale. Calabrò presenta una sincronia fantastica fra musici angelici e campielli veneziani. Nigiani. In occasione del centenario della nascita ha compattato un simbolico atelier dell’artista rodigino nel quale campeggia il ritratto di Mosè intento a dipingere una mucca in un pianoro, rievocando il connubio toscano macchiaiolo nella tematica e nel vigore tecnico del pittore polesano. Alle pareti vi sono le riproduzioni miniaturizzate di alcune significative opere di Mosè. Sullo sfondo si stagliano le torri di Rovigo. Mosè con la sua maestria pittorica raggiunge alti livelli espressivi coinvolgenti sia per gli argomenti affrontati e sia per i soggetti proposti. Emanuela Prudenziato©.

Impero Nigiani, Omaggio a Mosè, olio su tela



Mosè Baratella, Polifemo, olio su tela

Piero Costa, Omaggio a Cotan, olio su tela
Mariano Vicentini, Nevicata a Venezia, olio su tela
Claudio Nicoli, Cavalieri, acquarello
Paolo Rigoni, L'urlo, tecnica mista
Luigi Marcon, Impenetrabile..., acquaforte acquatinta

Lo Studio Arte Mosè, sabato 18 gennaio 2020 alle ore 18 in via Fiume,18, presenta la mostra “Dal classico alla popular art”. La rassegna è costituita da una ventina di opere atte a rappresentare le diverse esperienze  pittoriche testimoniate  dai lavori di artisti che hanno elaborato, non solo le diverse tecniche, ma anche il pensiero  delle passate epoche storico-culturali, al fine di offrire un’interpretazione altrettanto efficace e personale. Sono significativi interpreti: Grossi, con sperimentazioni inusuali, realizza opere dal contenuto vicino alla sensibilità comune. Lanaro  ci propone le sue icone e immagini  di personaggi storici. Costa, un non più giovane artista che ha iniziato la sua attività artistica giovanissimo in America Latina, in Spagna e successivamente a Milano, celebrato in questi giorni da straordinari reportage di  TeleMantova, città in cui attualmente risiede. Nicoli Claudio, scultore di origine bolognese, già presente  a Rovigo e noto ai più per le straordinarie presenze scultoree che campeggiano in alcune piazze d’Italia, con una fortunata mostra in Pescheria nuova, dà con un paio di opere un’anticipazione. Rigoni, asiaghese e umbro di adozione, continua a mantenere il sodalizio con la galleria anche a seguire i numerosi successi nelle più prestigiose rassegne. Finotti, scultore veronese, che ha esposto la sua produzione plastica nella scorsa annata a Matera, città della cultura e a Seul (rassegna internazionale di scultura) è una presenza nello Studio Arte Mosè. Per Baratella Mosè la galleria ha commemorato il centenario dalla nascita nonché l’intera vita spesa per la ricerca pittorica. Marcon, uno tra i più grandi incisori italiani che vanta tra l’altro una sua immagine prodotta in un francobollo in circolazione in Germania, è legato  ai curatori dello Studio Arte Mosè sin dagli anni ottanta. Nigiani è  presente con un’opera che ritrae Mosè Baratella nello studio.
Prolusione della gallerista Emanuela Prudenziato; Gli Artisti: destra Nicoli Claudio, a sinistra Mariano Vicentini 
Momento dell'inaugurazione




venerdì 29 novembre 2019

L'incessante ricerca di Angelo Prudenziato 1907-1980


L’incessante ricerca di Angelo Prudenziato
Con una tesi sugli affreschi di Giotto agli Scrovegni Angelo concluse all’Accademia di Belle arti di Bologna l’iter degli studi iniziati a Venezia. Il maestro ed amico Virgilio Guidi, trasferitosi nel capoluogo emiliano, portò al seguito e al diploma il giovane rodigino, già allievo di Saetti e di Morandi. Correva l’anno XIV dell’era fascista, anno pieno di fermenti per le arti che dovevano in tutti i modi celebrare l’impero, la grandezza di Roma ed il suo Duce. Le dinamiche del brucia il vecchiume, via biblioteche stantie e guerra igiene del mondo, come aveva esposto nel Manifesto del Futurismo già nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti, erano incentivi propulsivi alla ricerca per i quali era quasi impossibile frenare i giovani artisti recalcitranti. Angelo, nato nel 1907, a Borsea, un borgo periferico della città di Rovigo, avvertiva i cambiamenti e gli stimoli per nuovi codici comunicativi dell’arte: il futurismo divenne occasione. Forte il sodalizio con i futuristi con i quali instaurò un legame di amicizia e di scambi informativi. Nel 1932 inizia la carriera artistica alla rassegna di Ca’ Pesaro e l’anno seguente alla prima Mostra Nazionale d’Arte Futurista di Roma. A Lonigo presenta tre capolavori con soggetto scientifico: Industria oggi, Bolide-strada e Saccarosio (opera esposta di recente allo Studio Arte Mosè). Nel 34 è un protagonista alla Prima Mostra Sindacale d’Arte Polesana, presentando un autoritratto con testa fasciata di reminiscenza vangoghiana. Ai Littoriali della Cultura a Roma, oltre ad incisioni e bozzetti pubblicitari espone Atleta in riposo. Nell’estate del 1936 il Salone del Grano lo vede segretario ed artefice della Seconda Mostra Sindacale d’Arte Polesana (in quell’occasione figurano le opere di due concittadini Milani e Fioravanti). E’ da evidenziare che gli anni Trenta, parallela alla produzione innovativa futurista, Angelo concepì straordinari ed eleganti nudini, figure di donne con un realismo accademico ineguale. Le contingenti necessità esistenziali avviarono Prudenziato alla professione d’insegnante. E’ a Palermo nell’autunno del 1936 fino al 1940; dal 1940 al 1943 è a Napoli e dal 1943 al 1946 è a Cecina di Pisa. Nel 1947 entra in ruolo come insegnante a Rovigo; l’anno successivo si sposa. Nell’aneddotica del Maestro vale ricordare: dipinse “Giornata grigia a Venezia” in Sicilia per la XXII Biennale di Venezia imprimendo nel quadro la desolata atmosfera lagunare portata nel cuore piuttosto che ripresa dal vero. Lo scorcio di paesaggio con una garitta, il cono vulcanico del Vesuvio il mare partenopeo non gli evitarono l’arresto da parte dei ufficiali tedeschi (1942), che lo ritennero una spia atta a fissare le postazioni militari sensibili… il preside della scuola venne in aiuto per far scarcerare l’esuberante matita; gli schizzi saranno preziosi fermi immagine per le incisioni. Trasferito a Cecina di Pisa è instancabile incisore di paesaggi; gli anni quaranta è ispirato da cipressi, palme, stradine abbarbicate sui declivi, case contadine, borghi. Con meticolosa precisione ritrae aquile, caprioli, cavalli, pecore, asini in un continuum instancabile come prove grafiche per affinare il “periodo anni cinquanta” degli animali da cortile. A ragione è opportuno suddividere, con scansione quasi decennale la prevalenza tematica di Prudenziato: dopo anatre, galline, faraone, galli… negli anni sessanta si presenta al pubblico rodigino come gallerista. Su Corso del Popolo dà vita alla galleria Eridano presentando i maestri conosciuti e già entrati nella storia dell’arte unitamente ad alcuni polesani emergenti. Allestì personali di Virgilio Guidi, Cesco Magnolato, Bruno Saetti, Gina Roma, Gastone Breddo, Ottorino Stefani… Tuttavia il clima culturale del capoluogo polesano, troppo ottusamente circoscritto, non supportò le aspirazioni, né aiutò i voli dell’artista, mortificato nella stagione dell’insegnamento; anzi fu osteggiato quando si attivò per l’apertura di un istituto d’arte a Rovigo. Negli anni Settanta, ricchi di trasformazioni sociali, politiche e culturali, Angelo riprende la sperimentazione: stampa le cortecce. E’ il trait-d’union tra l’uso classico della pratica dell’incisione, il recupero della bellezza della natura ed un linguaggio nuovo d’arte. Quante legittimazioni per la scelta dei colori, i verdi e le ocre, le zone d’ombra naturale nello spessore impresso sulla carta…e la vecchia cartella di scuola capiente contenitore per la raccolta delle scorze di platano ancorata alla canna della bicicletta. In mostra, accanto ad opere significative di Angelo Prudenziato ho voluto riproporre La bicicletta, sintesi di un concetto e di una stagione. L’opera straordinaria è stata vista dal pubblico solo una volta e precisamente nel 1981 a Palazzo Roncale, l’anno dopo la morte dell’artista. ©Vincenzo Baratella
A.Prudenziato, acquaforte, 1954, Corso del Popolo di Rovigo
A.Prudenziato, cortecce e acquaforte, La bicicletta, 1970
Angelo Prudenziato
Il gazzettino 20.10.2019
Momento inaugurazione
Momento inaugurazione
opera di Angelo Prudenziato
Momento inaugurazione con la gallerista Emanuela Prudenziato

lunedì 28 ottobre 2019

Mosè Baratella allo Studio Arte Mosè


MOSE’ BARATELLA: 1919
ARTISTA DEL SECOLO BREVE
Una data che a scriverla suscita il sorriso, sembra un gioco ripetere dei numeri per ottenere un effetto visivo particolare: l’uno assomiglia ad una persona ritta in piedi; i due nove ricordano i monocoli sul naso, nel vezzo austero di fin de siècle. Un’interpretazione che rimanda alle contraddizioni di due secoli: quella della nobiltà e della servitù ottocentesca contrapposta al secolo breve della borghesia e del proletariato. Nasce il 17 novembre;  importante ricordare che si tratta dell’anno subito dopo il primo conflitto mondiale, un’epoca che ha visto posizioni ideologiche scontrarsi per dare una soluzione concreta ai problemi del popolo sconfitto soprattutto dal punto di vista economico, sociale, dalla classe dirigente, da chi deteneva il potere e voleva dimostrare la propria forza e superiorità. Un discorso troppo lontano dalla realtà delle persone comuni, desiderose di avere semplicemente la possibilità di costruire il proprio avvenire in modo decoroso distaccato da velleità pindariche, rispettoso delle regole, dei diritti e dei doveri, anche se ancora definiti sudditi e non cittadini. Il pensiero della gente comune è molto chiaro e lineare perché possiede l’onestà morale (come si diceva una volta) del dire e del fare. Si tratta degli elementi che costituiscono la formazione di Mosè come uomo e come artista. Non ultimo l’approccio alle convinzioni religiose vissuto intimamente nel modo più puro: quello del Vangelo, senza ostentazione di accettazione o ricusa di nulla, ma testimoniato con la vita in modo autentico. Ha vissuto la prima giovinezza durante il fascismo e il secondo conflitto mondiale. Tutto ciò non ha condizionato la personalità e il suo pensiero; è rimasto sé stesso senza compromessi, difendendosi dalle continue vessazioni politiche con ironia, capacità e determinazione d’animo. Al termine del ventennio, nell’Italia liberata che ha visto il cambio repentino nel colore delle camicie è stato un narratore obiettivo ed imparziale dei fatti accaduti e vissuti in prima persona. Grazie alla pittura si è manifestato critico delle improvvise metamorfosi politiche e degli atteggiamenti buonisti per interesse particolare. E’ rimasto moralmente ferito per la sua coerenza, come coloro che agiscono senza secondi fini e con lealtà. Compare la simbiosi di uomo-Artista coerente, scevro da melliflui compromessi e dall’adattamento di comodo agli schieramenti; tuttavia questo modus d’integrità morale ha frenato l’ascesa al successo nei ristretti circoli cittadini e nelle conventicole. In effetti vale anche per Mosè il nemo profeta in patria; ebbe riconoscimenti e gratificazione per la sua arte in altre città. Venezia, Verona, Padova, Ferrara gli attribuirono gli onori che meritava per un’esistenza spesa interamente per l’arte. In effetti sin da bimbo il vecchio maestro Sebastiano scorse in lui un ineguagliabile talento nella pittura ed un disegno fluido e deciso. Quante madonnine fu costretto a dipingere, olio su carta, per quel benedetto maestro! Negl’anni del fascismo, dopo alcune esperienze che lo possono affiancare ai futuristi, rinnegò l’arte marinettiana avvezza al cambiamento di parte per abbracciare  il realismo accademico  con influenze dalle tematiche sociali che giungevano da oltre cortina. Gli anni sessanta lo portarono ad indagare sulla funzione della luce soprattutto nella natura morta che doveva prioritariamente far affiorare dai colori i profumi e la consistenza degli elementi rappresentati e liberò gli oggetti dalla costrizione accademica dei contorni: la luce doveva definire i corpi. La figura umana con un rigoroso studio dell’anatomia artistica  fu e rimase per sempre un altro dei soggetti preferiti; sono da menzionare gli innumerevoli ritratti, le figure negl’interni che realizzò. L’accumulo d’esperienza  sia attraverso l’esercizio quotidiano del dipingere e disegnare, sia nel raffronto con i maestri contemporanei e del passato che gustava, condivideva o dissentiva nelle superbe rassegne d’arte nazionali. Il cambiamento epocale degl’anni settanta, con le lotte studentesche, la questione operaia, i temi sociali quali il divorzio, l’aborto, fu  uno dei motivi ispiratori per una pittura fuori dagli schemi usuali  che tanto rimanda nella forma all’espressionismo  tedesco  e all’oggettività, per poi continuare fino agl’anni imminenti la morte a una figurazione personalissima. Le sue visioni del mondo possono ben dirsi anticipatrici di un globalismo in cui il nihilismo diventa motivo propulsore del dibattito sulle incertezze. Dall’osservazione delle opere, siano esse oli o grafiche, si inizia a conoscere Mosè, a dialogare, a discutere dei problemi, delle contraddizioni, dei moralismi, delle falsità perbeniste, della smania di potere, delle prevaricazioni dei diritti, dei soprusi, delle cattiverie, meschinità della vita che tutti conosciamo, ma esiste anche chi finge di non vedere. E’ proprio questo che l’Artista sottolinea, soprattutto con realizzazioni grafiche molto efficaci. Nelle opere ad olio si rilevano momenti poetici particolari. Le nature morte parlano del privato. I ritratti evidenziano il carattere e lo spirito di chi immortalava. Dai numerosissimi autoritratti, oltre un centinaio di soli oli, emerge da ognuno il carattere  in sintonia con la situazione del vissuto personale; ci sono la rabbia, la gioia, lo sbigottimento, la perplessità, la riflessione, la sofferenza all’unisono con i peculiari momenti dell’esperienza dell’artista nel suo inserimento nei contesti mutevoli della società siano essi nel costume, nelle rivolte, nei cambiamenti politici e nelle ingiustizie sociali. I paesaggi trasmettono l’atmosfera che lo ha ispirato, lo stato d’animo, ma anche la sensazione del clima (piccolo quadro di donna in piedi sulla spiaggia con asciugamano e i capelli biondi raccolti). L’uso dei colori rispecchia la personalità di Mosè, l’interpretazione di ciò che lo circonda, il senso della leggerezza di un fiore, la trasparenza di un vetro, mai convenzionale, sentita, vissuta, il profumo delle arance, il sapore del cibo in un disordine “ordinato” della quotidianità familiare, complice fonte d’ispirazione. ©Emanuela Prudenziato

Prolusione della gallerista Emanuela Prudenziato 
momento inaugurazione