REALISMO CONTEMPORANEO TOSCANO
RASSEGNA SOSPESA A CAUSA DEL CORONAVIRUS
giovedì 12 marzo 2020
venerdì 6 marzo 2020
Coronavirus e Studio Arte Mosè
Coronavirus e Studio Arte
Mosè
Le precauzioni, i
consigli e le indicazioni di Stato, utili per la limitazione del contagio del
virus, hanno comunque ridotto le attività della galleria rodigina. Il programma
delle mostre ha subito delle modifiche e gli Artisti, recalcitranti e in
perenne stato di fibrillazione emotiva, hanno visto il taglio delle personali
in calendario. Emanuela Prudenziato e Vincenzo Baratella, entrambi
curatori critici dello spazio espositivo di Via Fiume, 18 di Rovigo,
obtorto collo hanno ingollato, nonché condiviso, le direttive comuni della
sanità. Tuttavia per non privare agli amici, ai frequentatori, agli estimatori
dello Studio Arte Mosè il continuum piacevole delle mostre, la soluzione è
stata quella di continuare le rassegne, anche con i cambiamenti, e dedicare
razionali tempi per la fruizione di singoli spettatori. Presenze ridotte anche
a fronte di richieste mail e\o contattazioni telefoniche, senza onere alcuno e
a ingresso libero com’è nella consuetudine della Galleria che celebra venti
anni di vita. Tagliare le ali nel momento più spiccato del volo è stata
un’amarezza indicibile; da questa epidemia s’alza comunque forte il desiderio
di non mollare… per aspera ad astra!
Studio Arte Mosè compie 20 anni.
Studio
Arte Mosè compie 20 anni.
Studio
Arte Mosè compie 20 anni.
E’
in un momento triste, senza invitati per il COVID-19, che lo Studio Arte Mosè,
di Rovigo compie vent’anni.
Sono
superflui i commenti e le parole auto celebrative quando il pezzo della
giornalista e poetessa Elisabetta
Zanchetta, su il Gazzettino ha saputo cogliere da un’intervista lo spirito i
sentimenti e le spinte emotive che inducono a mantenere aperto un oneroso,
seppur piacevole spazio espositivo, nel terzo millennio. Sono doverosi i
ringraziamenti al Dir. de Il Gazzettino di Rovigo che tanto spazio ha voluto
dedicare per chi ha coltivato solo l’amore per lo spirito. GRAZIE.
G.B. Tregambe e Baratella
Baratella e Cibotto 1.9,2007
Emanuela Prudenziato e Cibotto 2008
Mosè Baratella in Dalì, Biennale collaterale Venezia
Mosè Baratella: Sfondo autoritratto
martedì 18 febbraio 2020
Verismo maremmano nell'opera incisa di Giovanni Fattori
VERISMO MAREMMANO NELL'OPERA INCISA DI GIOVANNI FATTORI
Allo Studio Arte Mosè di Rovigo
dal 22.2 al 12.3.2020

Allo Studio Arte Mosè di Rovigo
dal 22.2 al 12.3.2020

Verismo
maremmano nell’opera incisa
di Giovanni Fattori
Fattori nasce e si identifica in
prima istanza come pittore in continua tensione, ricerca della tecnica mai fine
a se stessa; infatti dipingeva ciò che aveva osservato dal vivo e le sue opere
daranno spunto all’esperienza incisoria come approfondimento della conoscenza
del reale nella sua struttura spazio-temporale. Giovanni Malesci, suo allievo,
è colui che opera per promuovere le incisioni di Fattori. La prima è ispirata
dal dipinto “Carica di Cavalleria” del 1883 lavoro voluto dalla Società per le
Belle Arti di Firenze. Nel 1884 viene realizzata una tiratura di venti litografie da parte della Cromo-Lito-Pistoiese. Quattro anni dopo
nel 1888 nella Prima Esposizione di Belle Arti di Bologna ventuno fogli furono
acquistati per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e altri sei fogli
dal Ministero della Pubblica Istruzione. Fra le ventuno incisioni comperate a
Bologna vi era “Bovi al carro” (Maremma), opera inviata in Francia all’insaputa
del Maestro, dove ottiene la medaglia d’oro all’Esposizione Universale di
Parigi. In seguito Fattori diviene membro della Commissione artistica della
calcografia di Roma fino al 1905. La sua produzione incisoria non è sistematica e non sono mai state realizzate serie numerate. Per quanto
concerne la firma, questa è apposta sulla lastra o talvolta a matita o ad
inchiostro sul foglio. Fattori avvicinatosi all’incisione in età matura, 55-60
anni, utilizza un piccolo torchio per verificare la validità e il risultato del
proprio lavoro. Agli inizi degli anni 1880 vengono eseguite tirature più
regolari su incarico dell’autore stesso che nell’ultimo decennio, ormai
celebre, affida la produzione a tipografie professionali. Dopo la morte di
Fattori, Giovanni Malesci, terminata la mostra con venticinque acqueforti presso la Galleria Excelsior di Parigi, stampa 164 lastre (166 fogli perché
due lastre sono incise su entrambi i lati) nel 1925, centenario della nascita
del Maestro. 164 lastre meglio conservate vengono scelte fra le 178 ritrovate
nello studio di Fattori. Si realizzarono due tirature da 50 esemplari presso
l’editore Benaglia di Firenze e successivamente le matrici furono donate al
Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi. Nel 1958 con il permesso di
Malesci una nuova tiratura in 10 cartelle delle 164 lastre ad opera della
Calcografia Nazionale di Roma per i 50 anni dalla morte di Fattori e anche di 10 lastre inedite, escluse nel 1925 perché ritenute troppo rovinate Da
queste 10 matrici altra tiratura nel 1970 in 30 cartelle numerate ad opera
dell’editore Vallerini di Pisa sotto il controllo della vedova Malesci, Anna
Allegranza Malesci. Poi le 10 lastre
furono consegnate al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi a
Firenze anch’esse con il divieto di ristampa come le precedenti. Di Fattori ci sono 174 lastre conosciute (14
in rame e 160 in zinco) per un totale di
176 incisioni (due doppie) e 8 incisioni (lastre perdute) forse stampate dallo
stesso Maestro. Fattori per incidere adoperava
l’ago da materassaio o il punteruolo, strumenti artigianali vicini al mondo da
lui rappresentato. Le opere grafiche sono in sintonia con il pensiero verista
di Fattori intento a cogliere, come nella pittura, la realtà della sua Toscana,
nella fattispecie la Maremma con butteri, contadine, stradine di campagna,
buoi, cavalli, soldati nell’aspetto più vero, con la fatica, il lavoro, la
stanchezza. Sono icone di un realtà colta nell’autenticità in cui si accomunano
gli esseri umani e gli animali in fotogrammi “leggibili” grazie alle incisioni
che sono il risultato di un insieme
di tratti intricati, che visti da vicino danno l’idea di un groviglio,
qualcosa di inestricabile, difficile atto a sottolineare l’aspetto
dell’esistenza umana comune con le sue contraddizioni. Lo Studio Arte Mosè espone
sedici incisioni per una straordinaria rassegna unica nel suo genere per
Rovigo. All’interno dell’esposizione è presente “Bovi al carro” e l’olio su
tavola “casa bianca in Maremma”. ©Emanuela
Prudenziato
Sotto alcune opere:
L'ora di ricreazione
Bovi al carro
La casa bianca, olio su tavola, collezione privata
Vincenzo Baratella, Vita crepuscolate nell'età del paralogismo logico
Vita crepuscolare nell'età del paralogismo logico . poemetto domestico di Vincenzo Baratella


Poemetto domestico. Vita crepuscolare nell’età del paralogismo logico è l’analisi erudita di oltre mezzo secolo; dalla ricostruzione post-bellica all’età dei populisti. Quasi una autobiografia poetica in cui s’intrecciano lotte, conquiste, delusioni e contraddizioni sociali.
Vincenzo Baratella è nato a Rovigo, dove vive e lavora. Laureato all’ Università di Padova, professore, è curatore critico dello Studio Arte Mosè. Ha presentato numerosi Poeti e Artisti. Ha redatto cataloghi d’arte. Tra le pubblicazioni sono da ricordare: Scuola, La più grande eredità, Memoria di Fulberto: ricostruzione delle vicende che ebbero per protagonista il canonico di Parigi, Eloisa e il filosofo Abelardo. Per Pinocchio la fatina c’è sempre: saggio critico sulla società, politica e cultura della seconda metà ’800 e concreta ricaduta nella contingente verità odierna. Estrema protesta: vicenda vera e attuale. Sacrifici di una famiglia artigiana nell’ascesa al benessere. Le commesse non pagate dalla pubblica amministrazione, i debiti, la mortificazione economico-psicologica inducono a un tragico epilogo. Ha voluto focalizzare il connubio arte e indagine sociale attraverso il saggio; Preoccupanti coeve verità di Mosè. Con Il desiderio nella sofferta attesa del piacere ha marcato con brevi racconti le tappe socio-culturali di generazioni a confronto nell’approccio con la sessualità e le relazioni affettive.
Presentazione libro 12 febbraio 2020
martedì 14 gennaio 2020
DAL CLASSICO ALLA POPULAR ART
Dal classico alla popular art
Esiste un’evoluzione
nell’espressione artistica che rispecchia la cultura, la mentalità, il modo di
vivere, pensare della gente senza alcuna distinzione di classe. Molto spesso
tuttavia quando si parla di arte vi è un riferimento ad una rappresentazione
leggibile in cui riconoscersi e ritrovare la propria identità sociale.
Nell’arte che rappresenta oggetti familiari, personaggi famosi si raggiunge una
incredibile vicinanza con qualcosa di passeggero, che rimanda ad una realtà
momentanea, un istante di affermazione del proprio essere, per poi inseguire
altre mode, altri scoop, avvenimenti che colpiscono l’attenzione dell’opinione
pubblica che a sua volta si identifica con il successo immediato ed il suo
ricordo. L’arte fagocita se stessa per ritornare sempre diversa, imprevedibile
sotto forme nuove per colpire l’osservatore e poi sparire e ricominciare un
gioco senza fine e privo di una identità precisa, definita; non è più punto di
riferimento, ma può diventare in qualche caso un buon affare. Insomma solo
soldi, non serve il contenuto rappresentato, ma il nome di chi ha avuto l’idea,
il coraggio di sfidare per la prima volta e quindi segnare una spaccatura con
la comunicazione tradizionale. L’oggetto raffigurato, la situazione possono
essere comuni, scontati, non avere nulla di particolare, ma rimane l’atto, la
volontà di colui che ha deciso di usarli e farsi identificare con loro. L’arte
classica rappresenta equilibrio, armonia, un discorso simbolico, analitico non
sempre d’immediata lettura per la massa. Ragion per cui può rimanere come
qualcosa di piacevole, di bello, ma pur sempre lontano dall’esperienza della
banalità faticosa del quotidiano fatto di cibo straniero, gusti che dovrebbero
creare esaltazione esistenziale, risolvere problemi anche affettivi. (hamburger
per incontrarsi, ritrovare legami familiari…). Come creare allora un
collegamento fra la consuetudine giornaliera e il linguaggio dell’arte?
Riuscire a coinvolgere il fruitore di un’opera d’arte significa saper leggere
nel suo animo. Piero Costa. La sua realizzazione pittorica è un’interpretazione
ironica dell’opera di Juan Sanchez Cotan. Nella natura morta con cardo Costa ha
inserito, al posto della cacciagione ed altri soggetti naturali, un paio di
scarpe da tennis; anche quest’ultime sono un oggetto privo di una qualsiasi
funzione se non indossate come la frutta e la verdura una volta colte perdono
la loro esistenza vegetativa. Il gesto
pittorico dell’artista Paolo Rigoni bene interpreta la condizione esistenziale
contemporanea con la realizzazione di una tela costituita da fogli di
quotidiani nazionali ed esteri alle spalle di un uomo che grida. L’espressione
è la conseguenza di una realtà che molto spesso utilizza i mezzi di
comunicazione virtuale per creare disorientamento, incertezza e controllare
meglio le masse ormai ebbre di news: mondo virtuale che si confonde con il
vero. Un urlo di disperazione esistenziale che ricorda l’opera di Munch, anche
se la tematica storicamente si differenzia. Dal punto di vista tecnico nel quadro di Munch la figura umana è
deformata per motivi psicologici ed
appare nella sua essenza; nell’opera di Rigoni l’individuo è alle
prese con una situazione che costantemente, quotidianamente gli sfugge, pensa
di leggere la verità, la notizia utile, interessante, importante sul giornale
che subito dopo perde nel tempo il suo valore
e deve essere accantonato; ciò che rimane è solo un pacco di carta: la
sola cosa che può essere ancora adoperata. Una tecnica similare viene
utilizzata da Lino Lanaro. Nei suoi quadri molto spesso la base è costituita da
giornali, di cui evidenzia qualche titolo, in connessione con l’argomento
proposto. Oltre a ciò si richiama alla rappresentazione di personaggi
conosciuti a livello internazionale come il defunto presidente della Cina: Mao.
Profumo di donna è il titolo dell’opera che presenta l’immagine di una sfinge:
icona della civiltà egiziana e simbolo per eccellenza dell’indecifrabile
spirito femminile, in connessione una donna, in abito rosso, colore legato alla
rappresentazione del sentimento, in posizione
rannicchiata, quasi fetale. Il quadro offre elementi molto vicini alla
sensibilità di un pubblico vastissimo e non hanno bisogno di presentazioni.
Giorgio Grossi. Le sue sperimentazioni avvicinano ancor di più l’osservatore in
quanto pur esprimendosi con materiali non sempre usuali ne rappresentano e
sostengono l’idea: la prima opera realizzata con il cemento è un chiaro
riferimento al paesaggio dell’entroterra riminese mentre la seconda è legata agli
affetti familiari e© ai luoghi usuali con la tecnica del collage atta a creare
un caleidoscopio colorato di emozioni, sentimenti, ricordi. Vicentini.
L’immagine è classica con Palazzo Ducale, Piazza San Marco, luoghi che
appartengono all’umanità, patrimonio artistico ineguagliabile unito ad una
presenza perfetta nell’aspetto per l’armonia, l’equilibrio delle forme, ma
contrastante sia per il mezzo di locomozione che usa (bici) sia per la
consistente assenza di vestiario. Comunque in sintonia con il concetto di
bellezza e le sue possibili rappresentazioni. Finotti propone un’incisione
riproducente una forchetta all’interno di una struttura che racchiude un
elemento anatomico femminile (un seno) per parlare della donna, la sua
peculiarità unica di dare la vita, nutrimento, sostentamento fondamentale per
la famiglia attraverso una sintesi grafica. Nicoli. Figure di cavalli dipinti
nella loro eleganza utilizzando un accostamento cromatico che ne individua la
forma e la sostanza, un momento di eleganza plastica. Marcon. Pur nel rigore
del segno, delle procedure incisorie il paesaggio in blu si distacca dalla
consuetudine; un abbaglio di luce e tutto assume una dimensione inusuale.
Calabrò presenta una sincronia fantastica fra musici angelici e campielli veneziani.
Nigiani. In occasione del centenario della nascita ha compattato un simbolico
atelier dell’artista rodigino nel quale campeggia il ritratto di Mosè intento a
dipingere una mucca in un pianoro, rievocando il connubio toscano macchiaiolo
nella tematica e nel vigore tecnico del pittore polesano. Alle pareti vi sono
le riproduzioni miniaturizzate di alcune significative opere di Mosè. Sullo
sfondo si stagliano le torri di Rovigo. Mosè con la sua maestria pittorica
raggiunge alti livelli espressivi coinvolgenti sia per gli argomenti affrontati
e sia per i soggetti proposti. Emanuela
Prudenziato©.
Impero Nigiani, Omaggio a Mosè, olio su tela
Mosè Baratella, Polifemo, olio su tela
Piero Costa, Omaggio a Cotan, olio su tela
Mariano Vicentini, Nevicata a Venezia, olio su tela
Claudio Nicoli, Cavalieri, acquarello
Paolo Rigoni, L'urlo, tecnica mista
Luigi Marcon, Impenetrabile..., acquaforte acquatinta
Lo Studio Arte Mosè,
sabato 18 gennaio 2020 alle ore 18 in via Fiume,18, presenta la mostra “Dal
classico alla popular art”. La rassegna è costituita da una ventina di opere
atte a rappresentare le diverse esperienze pittoriche testimoniate dai lavori di artisti che hanno elaborato, non
solo le diverse tecniche, ma anche il pensiero
delle passate epoche storico-culturali, al fine di offrire un’interpretazione
altrettanto efficace e personale. Sono significativi interpreti: Grossi, con
sperimentazioni inusuali, realizza opere dal contenuto vicino alla sensibilità
comune. Lanaro ci propone le sue icone e
immagini di personaggi storici. Costa,
un non più giovane artista che ha iniziato la sua attività artistica
giovanissimo in America Latina, in Spagna e successivamente a Milano, celebrato
in questi giorni da straordinari reportage di TeleMantova, città in cui attualmente risiede.
Nicoli Claudio, scultore di origine bolognese, già presente a Rovigo e noto ai più per le straordinarie
presenze scultoree che campeggiano in alcune piazze d’Italia, con una fortunata
mostra in Pescheria nuova, dà con un paio di opere un’anticipazione. Rigoni,
asiaghese e umbro di adozione, continua a mantenere il sodalizio con la
galleria anche a seguire i numerosi successi nelle più prestigiose rassegne.
Finotti, scultore veronese, che ha esposto la sua produzione plastica nella
scorsa annata a Matera, città della cultura e a Seul (rassegna internazionale
di scultura) è una presenza nello Studio Arte Mosè. Per Baratella Mosè la galleria
ha commemorato il centenario dalla nascita nonché l’intera vita spesa per la
ricerca pittorica. Marcon, uno tra i più grandi incisori italiani che vanta tra
l’altro una sua immagine prodotta in un francobollo in circolazione in
Germania, è legato ai curatori dello
Studio Arte Mosè sin dagli anni ottanta. Nigiani è presente con un’opera che ritrae Mosè
Baratella nello studio.
Prolusione della gallerista Emanuela Prudenziato; Gli Artisti: destra Nicoli Claudio, a sinistra Mariano Vicentini
Momento dell'inaugurazione
venerdì 29 novembre 2019
L'incessante ricerca di Angelo Prudenziato 1907-1980
L’incessante
ricerca di Angelo Prudenziato
Con
una tesi sugli affreschi di Giotto agli Scrovegni Angelo concluse all’Accademia
di Belle arti di Bologna l’iter degli studi iniziati a Venezia. Il maestro ed
amico Virgilio Guidi, trasferitosi nel capoluogo emiliano, portò al seguito e
al diploma il giovane rodigino, già allievo di Saetti e di Morandi. Correva
l’anno XIV dell’era fascista, anno pieno di fermenti per le arti che dovevano
in tutti i modi celebrare l’impero, la grandezza di Roma ed il suo Duce. Le
dinamiche del brucia il vecchiume, via biblioteche stantie e guerra igiene del
mondo, come aveva esposto nel Manifesto del Futurismo già nel 1909 Filippo
Tommaso Marinetti, erano incentivi propulsivi alla ricerca per i quali era
quasi impossibile frenare i giovani artisti recalcitranti. Angelo, nato nel
1907, a Borsea, un borgo periferico della città di Rovigo, avvertiva i
cambiamenti e gli stimoli per nuovi codici comunicativi dell’arte: il futurismo
divenne occasione. Forte il sodalizio con i futuristi con i quali instaurò un
legame di amicizia e di scambi informativi. Nel 1932 inizia la carriera
artistica alla rassegna di Ca’ Pesaro e l’anno seguente alla prima Mostra Nazionale d’Arte Futurista di Roma.
A Lonigo presenta tre capolavori con soggetto scientifico: Industria oggi, Bolide-strada e Saccarosio (opera esposta di
recente allo Studio Arte Mosè). Nel 34 è un protagonista alla Prima Mostra Sindacale d’Arte Polesana,
presentando un autoritratto con testa fasciata di reminiscenza vangoghiana. Ai Littoriali della Cultura a Roma, oltre
ad incisioni e bozzetti pubblicitari espone Atleta
in riposo. Nell’estate del 1936 il Salone del Grano lo vede segretario ed
artefice della Seconda Mostra Sindacale
d’Arte Polesana (in quell’occasione figurano le opere di due concittadini
Milani e Fioravanti). E’ da evidenziare che gli anni Trenta, parallela alla
produzione innovativa futurista, Angelo concepì straordinari ed eleganti
nudini, figure di donne con un realismo accademico ineguale. Le contingenti
necessità esistenziali avviarono Prudenziato alla professione d’insegnante. E’
a Palermo nell’autunno del 1936 fino al 1940; dal 1940 al 1943 è a Napoli e dal
1943 al 1946 è a Cecina di Pisa. Nel 1947 entra in ruolo come insegnante a
Rovigo; l’anno successivo si sposa. Nell’aneddotica del Maestro vale ricordare:
dipinse “Giornata grigia a Venezia”
in Sicilia per la XXII Biennale di Venezia imprimendo nel quadro la desolata
atmosfera lagunare portata nel cuore piuttosto che ripresa dal vero. Lo scorcio
di paesaggio con una garitta, il cono vulcanico del Vesuvio il mare partenopeo
non gli evitarono l’arresto da parte dei ufficiali tedeschi (1942), che lo
ritennero una spia atta a fissare le postazioni militari sensibili… il preside
della scuola venne in aiuto per far scarcerare l’esuberante matita; gli schizzi
saranno preziosi fermi immagine per le incisioni. Trasferito a Cecina di Pisa è
instancabile incisore di paesaggi; gli anni quaranta è ispirato da cipressi,
palme, stradine abbarbicate sui declivi, case contadine, borghi. Con meticolosa
precisione ritrae aquile, caprioli, cavalli, pecore, asini in un continuum
instancabile come prove grafiche per affinare il “periodo anni cinquanta” degli
animali da cortile. A ragione è opportuno suddividere, con scansione quasi
decennale la prevalenza tematica di Prudenziato: dopo anatre, galline, faraone,
galli… negli anni sessanta si presenta al pubblico rodigino come gallerista. Su
Corso del Popolo dà vita alla galleria Eridano
presentando i maestri conosciuti e già entrati nella storia dell’arte
unitamente ad alcuni polesani emergenti. Allestì personali di Virgilio Guidi,
Cesco Magnolato, Bruno Saetti, Gina Roma, Gastone Breddo, Ottorino Stefani…
Tuttavia il clima culturale del capoluogo polesano, troppo ottusamente
circoscritto, non supportò le aspirazioni, né aiutò i voli dell’artista,
mortificato nella stagione dell’insegnamento; anzi fu osteggiato quando si
attivò per l’apertura di un istituto d’arte a Rovigo. Negli anni Settanta,
ricchi di trasformazioni sociali, politiche e culturali, Angelo riprende la
sperimentazione: stampa le cortecce. E’ il trait-d’union tra l’uso classico
della pratica dell’incisione, il recupero della bellezza della natura ed un
linguaggio nuovo d’arte. Quante legittimazioni per la scelta dei colori, i
verdi e le ocre, le zone d’ombra naturale nello spessore impresso sulla carta…e
la vecchia cartella di scuola capiente contenitore per la raccolta delle scorze
di platano ancorata alla canna della bicicletta. In mostra, accanto ad opere
significative di Angelo Prudenziato ho voluto riproporre La bicicletta, sintesi di un concetto e di una stagione. L’opera
straordinaria è stata vista dal pubblico solo una volta e precisamente nel 1981
a Palazzo Roncale, l’anno dopo la morte dell’artista. ©Vincenzo Baratella
A.Prudenziato, acquaforte, 1954, Corso del Popolo di Rovigo
A.Prudenziato, cortecce e acquaforte, La bicicletta, 1970
Angelo Prudenziato
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