lunedì 30 maggio 2016

Studio Arte Mosè: COLLETTIVA ESTATE 2016

Da sin.: Mariano Vicentini e Signora, Matteo Faben, Maria Chiara Pavani giornalista, Emanuela Prudenziato
Momento dell'inaugurazione.
momento dell'inaugurazione
momenti dell'inaugurazione




giovedì 28 aprile 2016

BARATELLA Mosè, Preoccupanti coeve verità

Comunicazione stampa:
Retrospettiva   tematica  sull’opera di  Mosè Baratella:
preoccupanti  coeve verità di Mosè

DAL 30/04/2016  AL 19/05/2016

allo Studio arte Mosè, Via Fiume, 18, Rovigo

Sabato 30 aprile 2016 alle ore 18, inaugurazione presso lo Studio Arte Mose’ di Rovigo.

Vincenzo Baratella, curatore della retrospettiva,  illustra  peculiari tematiche sviluppate dall’Artista rodigino durante gli anni di piombo in Italia.

Mosè Baratella (1919-2004) ha dedicato l’intera vita all’Arte e per l’Arte. Alla vigilia della celebrazione del centenario dalla nascita, la Galleria rodigina, che si è onorata del nome, ha allestito una mostra su di  un particolare settore tematico: la rappresentazione delle vicende successe in Italia durante gli anni di piombo e la ciclicità vichiana di attuali tristi eventi.
Le opere con modernissimo e singolare stile narrativo fanno emergere la profetica straordinaria anticipazione su preoccupanti coeve verità.
L’allestimento inizia con l’incipit pittorico nell’autoaffermazione d’Artista: autoritratto ad olio del 1938 e si conclude con un altro autoritratto eseguito pochi anni prima della morte; entrambi denotano la tecnica sicura, classica, con pennellate vigorose.
L’intenzione del curatore è quella di sottolineare lo stacco di stile dalla forma, legata agli schemi accademici, e i contenuti che si avvalgono di una pittura immediata, di getto, adatta al registro linguistico simbolistico e psicologico.
A corredo esplicativo della mostra il curatore ha presentato il catalogo: preoccupanti coeve verità di Mosè.
Coordinamento redazionale: Emanuela Prudenziato.
La mostra è gratuita e aperta tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30 fino al 19 maggio 2016.
Per info: studioartemose@live.it
“Studio Arte Mosè” è la galleria che Vincenzo Baratella ha voluto dedicare al padre.
Mosè Baratella (Pontecchio Polesine 17-11-1919 – Rovigo 23-4-2004) lo conobbi alla fine dei mitici anni Settanta, quando entrai a far parte del Gruppo Autori Polesani, fondato dal commediografo Miro Penzo. Il gruppo molto vivace era riuscito a raccogliere poeti, scrittori, storici e pittori, giovani e meno giovani, molti esclusi dal gotha della cultura rodigina ma anche accademici dei Concordi e storici della Minelliana nascente. Succedeva così che i pittori offrissero le proprie tele per premiare i poeti. A distanza di tempo, sfogliando le pagine del periodico “Autori Polesani”, affiorano le firme di grandi figure accanto a giovani in erba scomparsi dalla scena. Mosè Baratella, amico del poeta Alberto Marzolla, faceva parte di questo movimento, pur tenendosi in disparte. Baratella era un grande artista, che aveva dedicato tutta la vita alla pittura, alla scultura e alla grafica, riconosciuto e stimato fuori ma non negli ambienti chiusi e ristretti della sua città. Il lavoro, la famiglia, la moglie gelosa di tutti quei ritratti femminili, una Rovigo saccente e indifferente erano una prigione per i voli della sua arte. Alcuni dei suoi dipinti sono stati attribuiti a pittori di fama internazionale e Mosè ha fatto in tempo a subire questo ennesimo affronto. Ne vide uno – a pochi anni dalla morte - nella mostra Il Po in controluce, allestita a Rovigo al museo dei Grandi Fiumi. Non disse nulla – com’era nel suo stile. Forse malinconia o forse finalmente grande approvazione. Era consapevole del valore delle sue opere, ma si sentiva incompreso come Ligabue. Qualche centinaio gli autoritratti nei quali Baratella si rappresenta, spesso con le sembianze di Ligabue. Un'ossessione non momentanea ma lunga negli anni, affidata a cromatismi vivaci e intensi, a deformazioni formali provocanti, a occhi tristi e stralunati, a bocche spalancate, per esprimere un'inquietudine mai sopita, un grido di dolore e di rabbia, un'amarezza che lo faceva diventare Ligabue, Munch, Van Gogh, Napoleone, re, sultano, ciclista, corsaro, gallo, aquila, lepre. Padrone di mezzi e tecniche, succedeva che amici pittori ricorressero a lui per dipingere elementi un po’ difficili come le mani o altri particolari. Mosè acconsentiva e non chiedeva nulla. Assiduo frequentatore delle biennali, ha interpretato le correnti del Novecento, creando lo stile di Mosè. Uomo del proprio tempo, è passato dalla pittura en plein air, con angoli cittadini e paesaggi polesani, alle nature morte, ai ritratti, agli autoritratti, alle rappresentazioni dei temi sociali del periodo del dissenso, alla serie “le piazze d’Italia” fino alla “maternità”, un olio del 2003, a pochi mesi dalla morte. Quadri che avrebbero trovato degna collocazione solamente nella dimora di Peggy Guggenheim a Venezia. L’opera di Mosè cerca ora finalmente grandi spazi per essere goduta e apprezzata: un intero Roncale, un Roverella. Mosè teneva in casa rotoli di tela per tagliare ogni giorno il pezzo necessario. Regalava, vendeva o svendeva per pagarsi le sigarette Astor, i colori, le tele, le cornici, senza intaccare il suo modesto stipendio di impiegato. E dopo il lavoro, sempre per arrotondare, a dipingere madonnine per i devoti. A vederlo sembrava la persona più tranquilla ma, con il suo atteggiamento sornione, aveva dato filo da torcere ai gerarchi fascisti. No, il sabato fascista non era per lui: non voleva né sfilare né cantare Giovinezza. Preferiva il silenzio della guardina dei carabinieri a Polesella. A sera, era già a casa. Negli ultimi decenni di vita lo si poteva incontrare in piazza Vittorio Emanuele II, non alto, elegante, il cappello a larga falda, un Panizza di paglia di riso d’estate o un Borsalino di feltro d’inverno, la sigaretta in mano, poche parole, due grandi occhi azzurri e un fascio di tele o di disegni in una cartellina o arrotolati sotto il braccio per l'approvazione degli amici o di qualche acquirente. Se lasciava la casa di via Viviani, appena fuori le mura, lo faceva per raggiungere la quiete della campagna con il poeta Alberto Marzolla nella vecchia casa lungo il Canal Bianco. E qui fu incantato da due lavandaie, la Pina e la Renata Filippi, che ritrasse più volte negli anni Cinquanta e Ottanta. Il figlio Vincenzo sta cercando di rendere giustizia alla produzione abbondante e poliedrica del padre negli spazi della sua galleria, ritrovo di artisti veneti, friulani, toscani, lombardi, emiliani, romani. Qui sono passati in molti, pittori e critici d’arte. Alcuni, come Raimondo Lorenzetti e Toni Zarpellon, hanno avuto l’onore della Biennale; altri sono scomparsi ma sempre vivi e presenti nelle loro opere. L’ospitalità di Vincenzo e della moglie Emanuela Prudenziato – nipote del pittore Angelo – era riuscita a conquistare persino la ruvida scorza di Gian Antonio Cibotto. Fino a qualche anno fa, lo scrittore rodigino, dopo un saluto alla Madonna della chiesetta delle Fosse, amava trascorrere i pomeriggi in affabile conversazione sul divano della galleria. Allora si scioglieva e diventava dolcissimo mentre affioravano i ricordi del periodo romano, da Guttuso a Picasso, da Visconti a Fellini. Quel Cibotto che a Leo Longanesi, che gli chiedeva di ristampare Cronache dell’alluvione, aveva risposto “Mi consideri estinto”. Un sogno finalmente realizzato, a novant’anni, nella villa di viale Trieste, dove Gian Antonio incontra la dolce nipote Anna Maria quando torna da Roma e pochi amici rodigini.      ©Graziella Andreotti  


Mosè, Autoritratto, olio su carta, 1938
MOSE’

Nel corso della sua vita lavorò costantemente  per esprimere  le sue idee, lo  spirito libero di cui era “prigioniero”. Non si può parlare di Mosè se non in questi termini perché è l’artista che ricerca continuamente di rivelare l’idea, l’interpretazione della realtà circostante, il mondo in cui è vissuto. Ha saputo mappare la società, individuarne gli aspetti contraddittori, spiacevoli, benevolmente ipocriti, senza acrimonia, ma in modo razionale e chiaro, come la strategia del mondo quotidiano, apparentemente senza ombre. E Mosè con i suoi disegni,oli su carta rappresenta il razionale contorcimento  dei pensieri, dei comportamenti umani. L’astrazione, definizione tecnicamente impropria, nelle sue opere è la fotografia della  vita. I pezzi sparsi sulla carta, sulla tela sono un puzzle che è preferibile non ricomporre; troppo duro, doloroso riconoscersi in esso, meglio immaginare l’impossibile come realtà: “ le mattane” così le chiamava Mosè sono il suo pensiero più vero e profondo,l’affermazione dell’arte che legge oltre l’apparenza e recupera sempre  l’uomo con le sue incoerenze e fragilità.                    ©Emanuela Prudenziato
Mosè, Inquietanti coeve verità ... (Opera in catalogo)
La rassegna è recensita su Facebook  Arte Mosè Vincenzo
momento inaugurazione 30.4.16
art. 4.5.2016 su La Voce; sotto testo completo della giornalista Pavani Dott.ssa Maria Chiara:

A dodici anni dalla scomparsa del pittore rodigino Mosè Baratella (1919-2004) e alla vigilia della celebrazione del centenario dalla nascita, la galleria Studio Arte Mosè ha allestito una retrospettiva tematica sull’opera dell’artista: ”Preoccupanti coeve verità di Mosè”, inaugurata sabato scorso. La mostra riguarda un particolare settore tematico: la rappresentazione delle vicende accadute in Italia, durante gli anni di piombo e la ciclicità vichiana di attuali tristi avvenimenti. Le opere, cioè, con singolare stile narrativo, anticipano profeticamente coeve verità. “Fino ad oggi-ha detto Vincenzo Baratella-curatore della rassegna, ho voluto presentare dipinti di mio padre dai quali emergesse soprattutto la qualità indiscussa della sua tecnica, sicura, classica, con pennellate vigorose, ora questa retrospettiva esplicita, invece, il suo pensiero, anche se scomodo: l’arte come messaggio politico-sociale. La mostra, che si fregia di un catalogo esplicativo sulla vita e l’opera di Mosè Baratella, propone l’incipit pittorico dell’artista con un autoritratto giovanile, olio su carta, del 1938, dove l’originale pennellata azzurrina che investe lo sfondo e poi dipinge il viso e cola sul busto, evidenzia l’acerba bellezza dei tratti del volto e, nel contempo, l’espressione già sicura dell’artista. Autore di alcuni autoritratti, la rassegna si conclude con quello dell’autore anziano e sofferente, di un impressionante realismo, mentre le altre opere, una ventina, presentano contenuti resi con una pittura immediata, di getto, che segue un registro linguistico simbolistico e psicologico. Mosè Baratella, antifascista convinto e spirito libero, negli anni ’70, ha voluto rappresentare tutta la società del momento, “individuandone gli aspetti contraddittori, spiacevoli, benevolmente ipocriti, senza acrimonia, ma in modo razionale e chiaro”, come scrive Emanuela Prudenziato nel catalogo. L’Italia, infatti, in quel periodo subiva le incongruenze della modernizzazione e dei nuovi orientamenti politici e culturali che portarono ad una serie di riforme come il divorzio, il diritto di famiglia, l’abolizione dei manicomi e l’aborto, suscitando reazioni non sempre positive nella popolazione e che il nostro ha evidenziato nelle sue opere. Ci riferiamo a “Figli mai nati”, olio su carta, quadro drammatico in cui al centro una figura femminile si disfa di tanti piccoli feti, attorniata da miriadi di volti minacciosi che alimentano la sua crisi esistenziale. Anche il dinamismo delle volute pittoriche e i cromatismi che accostano il rosso sangue al nero e al grigio contribuiscono al forte impatto emotivo. Alludiamo ancora al cambiamento dei costumi, come l’emancipazione femminile, evidente nel dipinto “Soggiogato”, dove la donna, finalmente seduta sul trono, domina l’uomo di cui tiene la testa, mentre ai suoi piedi, si agitano migliaia di figurette, simbolo di una società confusa. Insieme alla libertà sessuale, Mosè non esita a denunciare la licenziosità dei costumi anche in ambito clericale, come “Sacro e profano”, che presenta un prelato con tanto di mitria, felicemente ritratto tra due belle fanciulle. Ma l’artista, nel ’79 propone anche il malessere sociale e i temi forti della stragi di stato, con le violenze faziose tra rossi e neri e lo fa nella mostra “Piazze d’Italia”, nella galleria “L’incontro” del pittore Mastro Pietro di Rovigo. Così anche il decennio tra il 1970 e il 1980 è stato fissato su tela con forza instancabile, per sottolinearne con metafore e simbologie gli errori, ma sempre salvando l’uomo, perché l’artista attraverso il simbolo, come sottolinea il critico Baratella, “intende espettorare la ridda della malvagità con l’intenzione di recuperare il mondo pulito”. La retrospettiva sarà visitabile fino al 19 maggio, dal lunedì al venerdì, dalle ore 16.30 alle 19.30. ©Maria Chiara Pavani

sabato 26 marzo 2016

GIROLAMO BATTISTA TREGAMBE, La grande opera incisa

MOSTRA IN CONTEMPORANEA CON IL COMUNE DI BOTTICINO MATTINA
PER RICORDARE IL GRANDE ARTISTA TREGAMBE
SALITO AL CIELO NEL GIORNO DI PASQUA DEL 2015

Indimenticabile momento nel 2014

GIROLAMO  BATTISTA TREGAMBE

La mostra in sé ha la prioritaria valenza del ricordo.  A un anno dalla scomparsa, Girolamo si è congedato dal mondo il giorno di Pasqua, la Sua figura è indelebile nel cuore e le Sue opere rinsaldano i sentimenti. L’umanità di Girolamo Battista Tregambe è stata grande come tutto il percorso della Sua vita, disponibile al dialogo e a ricambiare le espressioni d’affetto. Forgiato il carattere  con la riflessiva saggezza delle genti contadine, nel silenzio dei declivi coronati dalle imponenti cave di marmo “botticino”, ha conservato l’amore per gli ambienti e la semplicità del passato. Le rogge, i ruscelli, le chiuse innevate, le torbiere solcate dagli ultimi raggi del tramonto, gli innumerevoli animali selvatici sono i soggetti che fanno bene al cuore per  riflettere sull’incommensurabile bene della natura, sui perché dell’esistenza e sulla nostra razionale. Girolamo, vissuto in quell’Eden, ha saputo ricreare nelle acqueforti il trasporto emotivo di tanta bellezza. Ha fissato il trascorrere delle stagioni, con fiori e profumi; ha trasmesso l’indicibile gioia per il candore della coperta di neve sulla campagna, sui virgulti dei rovi e sui tralci delle vigne … basterebbe un soffio, il tocco leggero di una mano di bimba, come quella della sorella nel tentativo curioso d’accarezzare la volpe, per squassare i fiocchi dalla rete di recinzione. Girolamo ha colto lo spirito della natura, anche quella animata e l’ha amata… Dall’intrico della vegetazione, dai ceppi di vecchi gelsi, tra le fratte fanno capolino il tasso, la volpe,  l’upupa vigile, il merlo attento, il gatto nero malandrino. L’acqua si spande lenta tra i sassi, contenuta dalla vegetazione palustre, sotto le assi consunte di antichi ponti; retaggio questi della sapiente pazienza arcaica, atti al lento, individuale passaggio, come la vita. Girolamo cantore della poesia, consegna una testimonianza unica d’amore attraverso immagini impreziosite da un bulino maestro e da una lirica che durerà sempre, come la sua figura nei nostri cuori.                     ©Vincenzo Baratella




acqueforti di Girolamo Battista Tregambe;
l'immagine sopra "Brina"  è stata pubblicata per copertina della raccolta "Ritratti" di Emanuela Prudenziato
momento inaugurazione
da sinistra: Remigio Surian, Roberto Bodei, Vincenzo Baratella, Paolo Avezzù
da sinistra: Osvaldo Forno, Remigio Surian, Roberto Bodei, Vincenzo Baratella, Paolo Avezzù
da sinistra: Vincenzo Baratella, Monica Tregambe, Roberto Bodei, Maria Chiara Pavani
da sinistra: Emanuela Prudenziato, Monica Tregambe, Roberto Bodei, Maria Chiara Pavani
momento in galleria durante la presentazione de "la grande opera incisa" di G.B. Tregambe
 
Lo Studio Arte Mosè ringrazia RAI 3 Bongiorno Regione Veneto delle ore 7,30 dell'11 aprile 2016.
 
 
 
 



venerdì 12 febbraio 2016

RIGONI Paolo


Paolo Rigoni: il recupero della poetica artistica.

Fare dell’arte è un distinguo non da poco rispetto alla molteplice schiera delle espressioni che si prestano, a torto o a ragione, nell’attuale società. Benjamin sostenne che la nostra è l’epoca della riproducibilità. Sotto alcuni aspetti è innegabile l’ausilio delle tecnologie più avanzate al servizio delle immagini riprodotte. I più sostengono: “è stato fatto tutto”.
Allora qual è il senso dell’esistenza, delle emozioni, del vivere dell’anima? Paolo Rigoni dà la risposta. Palesa il desiderio del recupero della poetica artistica.
L’odierna esplicita richiesta del bene di facile consumo ha reso desueta la peculiare funzione formativa delle arti e l’artista prova un nostalgico rammarico, perché sente la dilagante privazione della fruizione del bello, della meditazione e pensiero sensibile.
La popular art, nelle divergenti espressioni, per sua natura, s’adatta alle mode, ai desideri, mancando dell’introspettiva indagine per quella che genericamente è definibile come produzione  da tramandare.
Paolo ha intrinsecamente  rimpianto per il compito educativo delle arti, soprattutto per quelle intellegibili del passato. Mostra il metodico procedere attraverso le opere: rabbia per il fallito rinascimento della cultura e dolcezza nel soddisfare l’esigenza intima. 
Quando si dedica alle sue creazioni, siano esse dipinti o sculture, volontariamente si estrania dall’interscambio sociale; appagato da un intrinseco bisogno di solitudine meditativa e pare che il momento creativo avvenga con una certa facilità e il tempo fluisca senza essere percepito, il tutto in una dimensione atemporale, astratta.
Per l’Artista è indicibile lo stato di benessere interiore nell’abbandono in se stesso; è soddisfatto nell’azione con cui manipola gli strumenti, la materia, i colori per dar vita a continue evolutive emozioni. E’ avvezzo all’osservazione ponderata della natura, morta e viva, cercando di filtrare l’esteriorità con l’occhio dell’interiorità.
Ha maturato una sensibilità personale verso l’oggetto e un approccio al colore esclusivo, tradizionale e innovativo. Nell’ossimoro è da rilevare l’attenzione al soggetto da rappresentare, leggibile e sostanzialmente tangibile, con interveti formali unici e personali.
Rigoni, così confessò in alcune occasioni, è sempre stato attratto dai grandi maestri; indiscutibilmente si vede dall’immediata sicurezza della pennellata. Un tocco forte come sono i pigmenti di colore usati, esaltati dalla brillantezza della vernice fissante finale che l’Artista sa stendere sull’opera finita allo scopo di evidenziare l’esplosione del cromatismo.
Tecnica singolare, unica, quella di Paolo Rigoni: il fondo è dato dal collage sulla tela o sulla tavola di carte, pezzi di scatole, frammenti d’imballaggio, fogli stampati e pagine di quotidiani… elementi significativi quest’ultimi sia sotto il profilo meramente esecutivo, sia razionale, sia tematico. Paolo carteggia la pasta di carta indurita facendo emergere da subito il contrasto chiaroscurale dello sfondo. E’ il primo momento creativo dell’artista; segue l’intervento con gli smalti, le tempere e in questo procedere, dà corpo ai soggetti. Lo sfondo rimane, il testo scritto trapela tra i colori in modo criptato.
L’apparato scenico comunicativo s’intravvede sotto l’immagine illustrata. E’ la cronaca assillante oltre il bello. Il sostrato è inquietante, pressante. Sopra le carte incollate,  dal fondo emergono le creature sensibili. Ad uno ad uno appaiono i volti, gli oggetti, il paesaggio.
La pagina di quotidiano spunta a tratti sulle opere allo scopo di dare dignità sensibile al soggetto trattato in contrapposizione alla tempesta dei media. L’universalità senza età del sentimento contro l’imbarazzate bombardamento mediatico.
Ho in mente una significativa opera nella quale l’individuo stressato dal cumulo di notizie urla. Nell’opera di Munch la paura è per l’insidia imminente, per Paolo l’urlo è un atto catartico. L’individuo schiavo delle vicende, esagerate dai mezzi di comunicazione, si lascia andare nel solipsistico grido liberatorio “basta”.
Il giornale, sul quale si stampano le notizie, è il mezzo impositivo, controllore di una società oramai avvezza ai piloti celati, ai grandi fratelli di orwelliana memoria; contro questo strumento di tortura assidua Rigoni esprime tutto il diniego e nel contempo si apparta in una natura ristoratrice. L’arte, afferma, diventa “membrana osmotica che filtra e decanta le tossine prodotte dal mondo moderno”.
Allo sfondo della pagina scritta, il quotidiano appunto, attribuisce indirettamente con latente superstizione un potere di protezione con il fine di scongiurare il male, dopo la denuncia. Il veicolo che può dare ristoro immediato è la natura. Scrupoloso osservatore s’immerge nell’ambiente per un respiro di poesia rigeneratrice.
Paolo Rigoni ha la possibilità di vivere nel paradiso dell’ambiente umbro. I declivi aprichi durante la stagione estiva, le colline smeraldine nei verdi a primavera e i toni forti della vegetazione nei contrasti di luce al tramonto, rossi in certi giorni e plumbei in altri. Lo stato d’animo è palese; si respira il conforto sereno dato dall’ambiente. L’attenzione per le velate sfumature diviene chiave di lettura per rappresentare il paesaggio; nell’amore per la natura madre consolatrice, schiude le porte alla decodifica del messaggio poetico e legittima la condivisione emozionale.
Colline soleggiate nelle belle giornate, gonfie d’umidore e di nebbie sospese nelle stagioni intermedie; ovattati  nel clima gotico delle sensazioni sono i pianori umbri riprodotti con il tocco di un maestro nelle tonalità e nelle pennellate di getto, immediate, degne della tradizione post-impressionista. C’è nell’esecuzione di Rigoni il voluto intento del finito e non-. Alcune porzioni, quelle centrali del dipinto, esaltano la minuziosa abilità; verso i bordi sfugge alla cura dei particolari per riprendere il leitmotiv contemporaneo, attraverso la notizia.
Con il piacere nel descrivere, con le cromie calde, forti, le solide buone cose del passato, pur senza alienare l’elemento primo dell’ispirazione, Paolo ricolloca gli oggetti. Il vecchio comò, dipinto in un’insolita prospettiva dall’alto, forte degli anni e ricco  di ricordi come i cassetti che esibisce, è il punto d’appoggio per le sensazioni che danno vigore al cuore. La frutta, composta in un revival caravaggesco, in primo piano sul cassettone associata alla foto-ritratto del lare domestico puntata alla parete, riporta il clima sereno crepuscolare. Sono i cardini sui quali poggiano le vive e intime gioie senza tempo, oltre la ridda delle informazioni che si perpetuano sullo sfondo.
Come in un viaggio senza perdere le radici forti, ecco, dai giochi di luce ed ombra, l’Artista dà espressione ai volti. Non importa chi sono, né da dove vengono; senza precisa identità sono comunque effigi dell’intera umanità violata; massimamente in bianco e nero, com’è l’esistenza grigia degli homeless. I disgraziati del quinto stato, senza dimora, mostrano rughe di sudicia sofferenza; tuttavia hanno occhi grandi, maliziosi, atti a carpire ogni espediente. I ritratti hanno grandi dimensioni, proporzionali alla querela del malessere esistenziale.
Nella raffigurazione umana manca volutamente la tonalità dell’incarnato ed è difficile cogliere il sorriso; c’è acuta serenità e fierezza di sguardo al fine di ostentare l’essenza dell’anima che Paolo ha saputo cogliere. Sotto questo profilo l’arte di Rigoni è didatticamente colta. Infatti una corposa produzione è stata dedicata “Al giardino del sapere II”. Il titolo è dato a dipinti nei quali emergono pile di libri: cataste di volumi, chiusi, aperti, sgualciti. Paolo sa bene che l’unico mezzo per il riscatto sociale è il sapere veicolato attraverso il libro.
L’umanità bruta è segnata dall’ignoranza così come la nostra è segnata dal consumismo sminuendo il substrato intellettuale. Le società, in assenza di erudizione, smarriscono i valori fondanti, s’accaparrano dei beni futili e voluttuari, perdono l’uso dei sensi e della ragione, disconoscendo la bellezza interiore. L’artista, con la serie citata, aspira ad una rinnovata humanitas litterae, con ancora l’Uomo al centro del mondo. Sente il dovere profetico del vate nel dare e avere cultura; solo in questo modo l’individuo  del terzo millennio potrà rigettare la futilità dell’ovvio elargita dai persuasori occulti.                                                                         Vincenzo Baratella


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Momento dell'inaugurazione
Momento dell'inaugurazione
L'Artista Paolo Rigoni
Momento dell'inaugurazione
La giornalista dott.ssa Maria Chiara Pavani, L'Artista Paolo Rigoni, la dott.ssa Emanuela Prudenziato
Paolo Rigoni è riflessivo, meticoloso nel processo creativo artistico; i silenzi e le analisi introspettive sono punti cardine di un operare unico nel suo genere; da una parte legato a momenti induttivi di alta poetica, dall’altra in tensione verso una costante ricerca formale, che non abbandona comunque l’esegesi dei grandi. Il fondo è dato dal collage sulla tela o sulla tavola di carte, pezzi di scatole, frammenti d’imballaggio, fogli stampati e pagine di quotidiani… elementi significativi quest’ultimi sia sotto il profilo meramente esecutivo, sia razionale, sia tematico. Paolo carteggia la pasta di carta indurita facendo emergere da subito il contrasto chiaroscurale dello sfondo. E’ il primo momento dell’ispirazione dell’artista; segue l’intervento con gli smalti, le tempere e in questo procedere, dà corpo ai soggetti. Il testo scritto trapela dai colori in modo criptato. Ad uno ad uno appaiono gli oggetti, il paesaggio, i volti definiti con pennellate vigorose, degne della migliore tradizione figurativa del ‘900. Le tematiche spaziano dallo scenario del paesaggio umbro, diverso nelle stagioni e quindi nelle tonalità, alle nature morte colte nel lirismo crepuscolare. A seguire i contenuti forti: giardini del sapere, ovvero i libri per la trasmissione della conoscenza, e i volti degli homeless: una indiretta denuncia delle diseguaglianze sociali. Un’arte impegnata quella di Paolo Rigoni. [V.B.]




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L’Artista ha le origini nel ceppo dei Rigoni dell’Altopiano; ha completato gli studi ad Asiago. Dopo il diploma scopre che la vera vocazione è il golf; indubbiamente gli aprichi verdi pianori estivi della terra natale lo entusiasmavano in quella che riteneva una passione, più che uno sport. Tuttavia le nevi abbondanti e l’impossibilità di coltivare per tutto l’anno attività, lo costringono ad emigrare in Spagna. Per otto anni si dedica all’insegnamento del golf; nel contempo la terra d’Andalusia, ricca di stimolo e di cromosomi artistici pilotano Paolo ad esibire la vera vocazione: l’arte figurativa. Con tenacia sperimenta molteplici tecniche. La risultante è una pittura, superbamente superiore alla scultura, piena di luce e ricca di materia. Singolare la tecnica plurimaterica: alla tela incolla carte sulle quali, una volta levigate e stese quasi a fondo d’intonaco, dipinge. I soggetti spaziano dalla natura morta, colta in un realismo di volumi e sensazioni cromatiche uniche, ai ritratti inquietanti nella esibizione della personalità individuale, ai paesaggi della terra umbra, attuale approdo dell’Artista.
Sabato 5 marzo alle ore 18,00 lo Studio Arte Mosè di Rovigo presenta la personale di Paolo Rigoni.
La mostra sarà visitabile dal 5 marzo al 24 marzo tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30 con ingresso libero.

domenica 31 gennaio 2016

ANGELO PRUDENZIATO


ANGELO       PRUDENZIATO

Dovere  del ricordo

 Ebbi modo di conoscere Angelo, artista e parente, da bimba quando fu ospite nella mia casa; in quell’occasione  rimasi stupita dalla figura  estroversa nei modi, spontanea e diretta nel dialogo e  così personale nella sua visione artistica. Nel dopo cena  conversando in giardino, controllavo il suo modo di osservare il colore dei fiori e la distribuzione delle piante che lasciavano leggergli un linguaggio così astruso e personale, di difficile  decodifica, che trovai negli anni avanti nelle sue cortecce stampate. Si  soffermò a guardare  una  pianta particolarmente  rigogliosa  di geranio rosa, orgoglio di mia madre, e decise  di approntare uno schizzo per realizzare successivamente al cavalletto un’opera pittorica. Adolescente lo ritrovai  insegnante  di educazione artistica  alla scuola media.    Non mancava  di apprezzare  i miei disegni, senza risparmiarmi  critiche  costruttive. E’ stato un anno prezioso perché  è riuscito  a comunicare  la sua passione per l’arte, la creatività, il pensiero  originale, la poetica dell’ arte.  Ho avuto l’opportunità di vedere una delle opere più famose appesa nella sua casa in Via Carducci: un’acquaforte a più colori  rappresentante  un tramonto nel quale campeggia una ringhiera in controluce ad un immenso sole rosso, che mi evoca una delle grandi opere di Saetti. Una copia è attualmente  esposta al MOMA di NEW YORK. In famiglia, quando  il discorso, a volte, trattava la pittura  veniva spontaneo  ricordare le tante  premiazioni: ad Amsterdam, a Londra, a Roma e alla Biennale di Venezia. L’opera, che raffigura il bacino lagunare, per quella rassegna, fu realizzata  quando Angelo  insegnava in Sicilia. Riportava  tale aneddoto  con incontenibile gioia fanciullesca per sottolineare come una terra calda ed arida avesse proiettato sensazioni di malinconico umidore  tipico veneziano.  I miei ricordi, ora che ho l’opportunità di presentare l’opera, vanno all’incisione raffigurante un’anitra; Prudenziato è riuscito a dare  l’idea dell’incedere solenne “dell’anatra badessa” come recita la filastrocca. Ho mantenuto il reverenziale rapporto con il secondo cugino per sempre, considerandolo  mito e figura dal carisma artistico irraggiungibile. Ho il privilegio di curare la retrospettiva alla quale  ho dato il nome “Dovere del ricordo”. In effetti, anche con intento provocatorio voglio ricordare un grande della nostra città entrato nel casellario della dimenticanza piuttosto che  tra i protagonisti culturali; purtroppo per Angelo a distanza di oltre un secolo dalla nascita con dispiacere si evince la veridicità del nemo profeta in patria. Eppure pagine di cultura  si potrebbero estrapolare dalla sue  frequentazioni con i grandi artisti del Novecento.  A tal proposito è doveroso ricordare la sua amicizia con il maestro Virgilio Guidi. Durante l’esperienza di Angelo gallerista, la città di Rovigo poté gustare una personale di Guidi presso l’Eridania galleria, sul Corso del Popolo, negli anni Settanta.  Significativa l’amicizia  con  il maestro  Giorgio Morandi. Nelle stampe  incise, le nature morte fanno emergere  l’influenza tecnica  dell’amico  Morandi, stimato da Angelo per la sua originalità  e consapevolezza di essere unico (l’artista bolognese si vantava infatti, come confidò il Nostro, di non aver mai frequentato atelier parigini).  Ricordando il contesto storico della sua formazione  e produzione artistica  emerge la predilezione per il Futurismo che favorì  una variegata e numerosa produzione;  personale creatività si riscontra nelle sculture, nelle cortecce  e nelle realizzazioni plurimateriche. Angelo fu  sempre  aperto al cambiamento, alla ricerca  di  espressioni  artistiche  originali   e  stimolanti. Tutto ciò  in sintonia con  la sua  filosofia della vita e dell’arte.       ©Emanuela    Prudenziato


 Angelo Prudenziato

La Dott.ssa Emanuela Prudenziato, curatrice della retrospettiva
La Dott.ssa Emanuela Prudenziato, curatrice della retrospettiva
Momento dell'inaugurazione; sabato 6 febbraio 2016.
L'artista Angelo Prudenziato
articolo della giornalista dott.ssa Maria Chiara Pavani 
Notevole afflusso di pubblico, sabato scorso, alla galleria, Studio Arte Mosè di Rovigo, per il vernissage della retrospettiva dedicata ad un grande artista della nostra città, Angelo Prudenziato, pittore ed incisore insigne.

L’evento è stato fortemente voluto da Emanuela Prudenziato, titolare dello spazio espositivo e cugina di Angelo, per rendere giustizia ad un emblematico esponente dell’arte del Novecento, indebitamente caduto nel dimenticatoio, dopo l’omaggio tributatogli, nel 1981, dal Comune rodigino, a Palazzo Roncale, con la retrospettiva nota per il “manifesto della bicicletta”, un’incisione a colori, dove Prudenziato era arrivato ad usare il plexiglas per  curare l’effetto della curvatura della ruota. E, dopo la personale di oli e incisioni, nello stesso Studio  Arte Mosè, nel 2006, rappresentativa della complessa sperimentazione, nella prima metà del ‘900, il vuoto. “L’ho conosciuto da bambina- ha esordito Emanuela Prudenziato, curatrice della mostra- perché frequentava la mia casa e mi aveva colpito la sua figura così spontanea e diretta nel dialogo, come personale nella sua visione artistica. Sincero e, mai di parte, guardava i miei primi disegni e non mi risparmiava critiche costruttive. In seguito, è stato mio insegnante nelle scuole medie- ha concluso la relatrice- comunicandomi la sua passione, la creatività, il pensiero originale e la poetica dell’arte”. Commovente il ricordo dell’artista da parte del pittore Osvaldo Forno, che lo conobbe negli anni ’60, e con lui ebbe sempre un rapporto di sincera amicizia. “Angelo-ha confidato Forno-mi ha aiutato ad inserirmi nel mondo dell’arte, spingendomi a vincere la mia timidezza e conoscere, a Venezia, il critico Giuseppe Marchiori, uno dei membri della Biennale e quell’incontro fu per me molto importante. Era amico dei giovani artisti, nell’arte era un altruista, conosceva il valore delle persone, mi segnalava i bandi di concorso in Italia, a cui partecipavo insieme a lui e al grande Gabbris Ferrari. Non si è mai posto come maestro, ma come fratello maggiore”.

Angelo Prudenziato (1907-1980), diplomato all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, uomo dai lineamenti marcati e dalla forte personalità, amava in sommo grado l’arte che, per lui, era una ragione di vita ed un mezzo sublime per esprimere ciò che provava. Grande osservatore, operava “en plain air” e nella quotidianità e, prima di dipingere, osservava per ore i cambiamenti naturali della luce o ancora, di sera, gli effetti dell’intenso sfavillio delle luci sulla città. Indefesso sperimentatore, ha attraversato tutti i movimenti artistici del ‘900, aderendo al Futurismo e alla sua connotazione di dinamismo e modernità. Pluripremiato ad Amsterdam, Londra, Roma e alla Biennale di Venezia, nel 1940, con l’olio “Mattinata uggiosa a Venezia”, in cui ha proiettato liriche sensazioni di malinconico “umidore” veneziano, è presente anche al museo d’arte contemporanea “Moma” di New York con “Luci sul mare”, acquaforte a più colori, “in cui campeggia-scrive la Prudenziato- una ringhiera in controluce ad un immenso sole rosso, che evoca una grande opera di Bruno Saetti”. Fu amico, di Virgilio Guidi, che, negli anni ’70, espose a Rovigo, nella galleria Eridania, sul Corso del Popolo, di Gastone Breddo e Giorgio Morandi, che influenzò il nostro nelle tecniche grafiche, specie nei reticoli delle nature morte. Variegata e numerosa la produzione di oli e acqueforti, legata al Futurismo, a cui aveva aderito in sintonia con la sua filosofia di vita e dell’arte. Assai originale  era poi il suo astrattismo, relativo alle famose “cortecce stampate”, come un forte slancio creativo si evidenzia nelle sculture e nelle opere polimateriche. La presente rassegna, che abbraccia un arco di tempo, dagli anni ’40 agli anni ’70, è costituita da una ventina di opere, acqueforti e disegni, gentilmente prestati da collezionisti e gallerie. Tra le incisioni, segnaliamo “L’anatra badessa”, che bene rende il movimento solenne del palmipede, come recita la filastrocca. Interessanti sono ancora due marine, “Venezia e il Canal Grande” e “Veduta di Marghera”, con le sinistre ciminiere fumanti sullo sfondo. Non potevano mancare, inoltre, un aspetto urbanistico rilevante di Rovigo, “il Corso del Popolo”, dominato dall’antica torre Donà, le originali “Cortecce stampate”, ricercate alacremente e scartocciate dai platani, per poi essere incise con il vecchio torchio a Stella e il ritratto, a retinatura, del maestro, Virgilio Guidi. Tra i disegni , rilevante è quello della madre, Pulcheria, eseguito a carboncino acquerellato, e la caricatura del volto dello stesso autore, opera, a carboncino, del pittore Ermes Simili. L’esposizione, sarà visitabile fino a giovedì 25 febbraio, dal lunedì al venerdì, dalle 16.30 alle 19.30.

©Maria Chiara Pavani
 
A. Prudenziato, Spiaggia di Sottomarina, olio, 1960. In primo piano volle raffigurare la figlia Chiara.

A. Prudenziato, Nudo, acquaforte, 1940
A. Prudenziato, I pagliacci, acquaforte, 1940
Autoritratto come Van Gogh