lunedì 9 febbraio 2015

OSVALDO FORNO

OSVALDO FORNO: di  sola  matita






DI   SOLA  MATITA

Ha un’acredine profonda. Palesemente graffiato dentro da una rabbia non contenuta, capace di esplodere contro coloro dai quali attendeva il meritato plauso. Osvaldo è il figlio incompreso, come già altri, di una Rovigo folcloristicamente contadina e pettegola. Osvaldo soffre l’indifferenza da chi auspicava corrispondenza d’interessi intellettivi al fine di esibire la sua opera. Una ricerca evolutiva che inizia negli anni sessanta. Nasce a Rovigo nel 1939; si presenta sulla scena artistica a vent’anni. Consegue il diploma all’Istituto d’arte di Castelmassa e successivamente insegna al Dosso Dossi di Ferrara. La sua è stata una continua ricerca tra gratificazioni e non corrisposti apprezzamenti coevi. Numerosi i riconoscimenti nelle rassegne italiane, padane e cittadine: premi a Copparo, San Benedetto Po, a Ferrara, alla Biennale di Venezia. La Cassa di risparmio di Padova e Rovigo acquisisce opere; alcune figurano al Magi di Pieve di Cento. Notevole la menzione di Margonari e l’inserimento nella storia dell’arte del Novecento redatta da Giorgio di Genova. Forno ha deciso di rimettersi in gioco nella personale allo Studio Arte Mosè con la strumentazione comunicativo-espressiva che caratterizza l’abilità dell’artista: la matita. Con essa non è possibile equivocare; la capacità emerge senza la mediazione della parola critica … il risultato è visibile, irrefutabile. La matita, sorta di primitiva bacchetta magica, segna la qualità dell’artista, senza concorrenze sleali. In effetti le arti del secolo appena passato hanno partorito gameti sterili: assurde sperimentazioni, informali senza neuroni pilota, computer art  per tirare forme e colori … Dopo la generazione critico-pensante degli anni settanta, la ripetizione. L’artista rodigino ha segnato il suo tempo. E’ stato  ricercatore all’occorrenza con l’entusiasmo di indagare, scoprire, proporre. E’ approdato a estrapolare idee sulla spazialità, dentro – fuori, sulle forme tra senso e non-sense, tra volumi e concettualismo. Osvaldo Forno riafferma l’abilità, oltre all’idea, con la sola matita; è in buona sostanza il mettersi in mostra come artista completo, capace di esprimersi con il mezzo più elementare e povero in arte. Manifesta l’esigenza di varcare il limite dell’incomprensione. La grafite dà segno netto, preciso, deciso, morbido, velato; tratto su tratto l’oggetto della comunicazione diventa reale, quasi palpabile. E’ una rassegna omogenea sotto il profilo tecnico quella allo Studio Arte Mosè; una quindicina di nature morte per riassaporare il gusto dell’oggetto e la perizia tecnica di Osvaldo. Le opere non eludono l’esperienza maturata in oltre mezzo secolo di attività artistica. Le cose della quotidianità danno rilievo all’abitudine di conservare ciò che richiama  affetti passati. Nature morte sulla carta, ma vive nel cuore poiché producono ricordi nell’associazionismo del pensiero. Sono i frutti, le tazze,  le cuccume, i fiori nel vecchio vaso di Murano e la manciata di pennelli nel consumato barattolo Ristora; elementi puliti, curati, trattati in punta sottile di mina, composti su tavoli improbabili, quasi d’anatomia; il tutto collocato in uno scenario di proiezioni optical fantastiche. Giochi di chiaro – scuro per delineare contorni e guidare le luci. Sono mele luccicanti, teiere di candida maiolica, più del biancore del foglio. Seguono i corollari: le stoffe, le tovaglie, i canovacci, messi a morire contorti, stropicciati, soffici su piani e orizzonti che la sola prospettiva verso “infiniti spazi e sovrumani silenzi” può esibire. Osvaldo con l’idillio leopardiano ritrova la sua stagione viva, produttiva, attuale contro momenti di sofferta, incompresa introspezione.                                       
Vincenzo Baratella

quattro momenti dell'inaugurazione mostra
 

La giornalista Irene Giolo, collaboratrice di remweb, ha incontrato l’artista Osvaldo Forno e le sue opere “di sola matita”:

Così semplice all’apparenza, ma così bella ed affascinante da restarne rapiti… Di fronte alle opere di sola matita di Osvaldo Forno, esposte dal 21 febbraio al 12 marzo 2015, presso lo Studio Arte Mosé di Rovigo non si può non restare incantati.
La meticolosità, la precisione e costanza con cui, oggetti semplici, quotidiani sono rappresentati dall’autore rubano lo sguardo e il cuore dell’osservatore.
Gli oggetti ritratti a colpo d’occhio non appaiono surreali, astratti (come ci si potrebbe aspettare dall’arte di Forno) ma concreti, talmente reali che sembrano uscire fisicamente dalla tela, vengono posti in primo piano, innalzati su tavolini, e si offrono in tutta la loro bellezza e veridicità.
Qual è allora il senso della mostra? E’ lo stesso autore che me ne parla.
Osvaldo Forno, che ho avuto il piacere di conoscere e con il quale mi sono intrattenuta un po’ aconversare, si presenta come una persona forte, caparbia, profonda, onesta, che crede fermamente nelle proprie idee e capacità. Ha sempre avuto un rapporto contradditorio con la città di Rovigo ma la sua arte deve molto all’ambiente rodigino e polesano: «Due sono le fortune di un artista nato in Polesine» - dice Forno - «la prima è la nebbia (una volta durava mesi) che permette di evadere, sognare, viaggiare con la fantasia e di realizzare opere straordinarie, la seconda la vicinanza a due fiumi, l’Adige e il Po, che ci uniscono e ci legano profondamente alla nostra terra».
L’artista ha sperimentato per tutta la sua vita tecniche e stili diversi, al fine di indagare al meglio e nel modo più profondo la realtà circostante, il rapporto tra l’uomo e la natura (spesso contradditori e in lotta), l’ambiente e la civiltà sia contadina sia urbana.
Un’indagine che, durante la sua carriera, lo ha portato a realizzare molte opere surreali, complesse, graffianti, emozionanti e ricche di pathos, le quali travolgono chi le osserva e ne comprende il vero significato.
Dopo aver utilizzato diverse tecniche e materiali per la creazione delle sue opere torna qui, con questa personale, all’uso della semplice matita: una «sorta di primitiva bacchetta magica» - come la definisce Vincenzo Baratella nella presentazione della mostra – con la quale Forno, compie una vera e propria rivoluzione contro «le incapacità tecniche e storiche degli artisti attuali» che si auto dichiarano all’avanguardia e “moderni”, ma che in realtà realizzano solo opere monotone e prive di essenza. Egli, al contrario, con un mezzo povero e semplice è capace di farprovare emozioni passate, magari dimenticate, che ritornano a galla, dove l’anima prova un sobbalzo e ci fa fermare a riflettere.
Le opere (circa una quindicina) rappresentano tutte nature morte: in primo piano vengono posti gli oggetti della quotidianità, che spesso si ripetononei vari quadri; gli oggetti hanno lo scopo di richiamare alla mente concetticome quello della semplicità, dell’abitudine, dellaroutine passata, che ogni giorno rischia di essere dimenticata. Ecco che l’artista ci offre limoni, mele, teiere e tazze, pennelli, occhiali da vista, palline da pingpong, cuccume, vasi contenenti foglie di maioliche accartocciate su se stesse. Tali oggetti sono lavorati con una precisione anatomica, il tratto è così netto, deciso ma anche morbido da farci venire voglia di prenderli in mano e quasi sembra di sentire il profumo dei limoni… Le composizioni si stagliano su particolari sfondi di optical art e i motivi appaiono quasi ossessivi nel loro ripetersi (spesso l’artista usa il motivo della scacchiera). Colpiscono molto questi sfondi particolari realizzati come se volessero narrare un racconto dentro un altro racconto, testimoni di una storia passata, nascosta, enigmatica, ma che incarna significati precisi.
Infine fanno da corollario le stoffe, i canovacci, le tovaglie a quadri (dove il motivo della scacchiera viene ripreso) stropicciati e accartocciati su se stessi in una sorta di spazio che sembra dilatarsi all’infinito, oltre l’orizzonte.
Ogni quadro racchiude lo studio, la passione, la voglia di capire la realtà tipiche di Osvaldo Forno. Si tratta di opere concrete ma solo in apparenza. E’ lo stesso autore a mettermi in guardia: gli oggetti che egli ha disegnato sono sicuramente “reali”, in quanto divengono portavoce di una realtà concreta, ossia quella contadina, povera economicamente dai valori forti e intaccabili ma, al contempo, si trasformano in oggetti sublimi, ideali, simboli di un’idea o concetto che va oltre la realtà fisica e ci fanno cogliere le sfumature, nonché i veri significati e l’autenticità della vita.
C’è la necessità di fermarsi: abbiamo bisogno di tornare indietro, di rivedere la nostra storia e le nostre origini, perché solo così possiamo vivere meglio il presente. Finché parlavamo mi ha colpito molto una sua frase: «Io non guardo mai al futuro perché quello non lo conosco. Guardo sempre al passato perché quello l’ho vissuto e solo da esso posso imparare a migliorare e ad andare avanti. Inoltre sono convinto che, in tempi così duri e aspri, solo la bellezza (come l’arte) ci può ancora salvare».
Un ringraziamento particolare lo vorrei rivolgere all’artista stesso che mi ha permesso di entrare nel suo mondo e nella sua arte straordinaria e ai due coniugi Vincenzo Baratella ed Emanuela Prudenziato per avermi accolto nel loro Studio e avermi fatto sentire a casa.

Giolo Irene

Personale di Osvaldo Forno  allo Studio Arte Mosè

Via Fiume 18,  ROVIGO

Dal 21 febbraio 2015 al 12 marzo 2015

Orario: tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30.
L'artista Osvaldo Forno; sotto alcune sue opere a matita
Il tè è servito” (titolo dato da me in quanto ognuno in questa mostra deve essere libero di dare le proprie interpretazioni, così come mi ha suggerito lo stesso autore). Sempre oggetti semplici che rimandano ad un’azione così “banale” come quella di bere un tè ma che oggi quasi è assurda da fare. Siamo sempre di corsa e per fermarsi ad assaporare questa bevanda, magari in compagnia,  è quasi improponibile. Colpiscono le due palline in primo piano che apparentemente contrastano con la composizione. In realtà l’artista le raffigura in quanto adora giocare a pingpong. Infine la tovaglia, a scacchi grandi, ricorda le tipiche tovaglie di una volta, che alcuni dei nostri nonni ancora possiedono nei cassetti. (Dott:ssa Irene Giolo)

Profumo”, una delle opere più significative in mostra. Rappresenta tre oggetti simbolici: due mele poste in primo piano rispetto alla boccia di profumo richiamano il passato dell’artista. Egli infatti era solito mettersi in tasca delle mele che trovava dappertutto; il profumo, invece, rimanda all’oggi, al presente, all’effimero e alla materialità e contrasta con la semplicità delle mele.( Dott.ssa Irene Giolo)





sabato 17 gennaio 2015

MINTO: RITORNO ALL’INNOCENZA

LE FATE DI MINTO ALLO STUDIO ARTE MOSE’
































MINTO:  RITORNO ALL’INNOCENZA
Una mostra tematica. Maria Grazia Minto è presente allo Studio Arte Mosè di Rovigo con una rassegna di opere dal sapore fantastico ed esuberante nella scelta cromatica. Inaugurazione: sabato 31 gennaio 2015, alle ore 18. Sono le fate di Minto: creature che s’appropriano dell’identità dell’Autrice, promuovendo stimoli ineguali nell’operare quotidiano per favorire alibi gioiosi. Lo sa bene Maria Grazia; abbiamo bisogno di sognare in questo nostro tempo segnato dall’individualismo, dalla violenza e dall’egoismo. Tuttavia in alcune opere, nonostante l’ambiguità giocosa, e rassicurante del soggetto, traspare un velo di melanconica introspezione. Pure le “fate” riflettono: forse sul nostro essere piccolo, meschino, o probabilmente sull’incapacità, nonostante la loro natura di fantasmi, di pilotare verso un mondo migliore le nostre pulsioni. C’è comunque il vagheggiamento per il sogno che solo fanciulle candide possono condurre. L’arista padovana sulle tele fissa desideri e momenti ludici. Giovinette dallo sguardo sorpreso … del fanciullino pascoliano estasiato nella scoperta della realtà, nel rito d’iniziazione verso la maturità nel cogliere il bello. Per raggiungere lo scopo servono anche le carte da gioco per svelare arcani: le fantasie pudiche. La meta è indubbiamente il porto sicuro dell’infanzia. Le ricette degli affetti sono nel libro aperto, lasciato di proposito sul pavimento, in una stanza dalle prospettive incommensurabili; dall’interno a scenari di paesaggio per respirare un’aria d’infinito da nessun muro circoscritta. La mostra è visitabile fino al 19 febbraio p.v.in Via Fiume, 18 a Rovigo, tutti i giorni feriali, dal lunedì al venerdì, dalle 16, 30 alle 19,30 Vincenzo Baratella


 La giornalista Dott.ssa Pavani e il prof. Baratella all'inaugurazione.

Un momento dell'inaugurazione: Baratella e l'artista Minto

Maria Grazia Minto, diplomata al Liceo Artistico di Padova, afferma: “Fin da giovanissima disegno e dipingo; ogni cosa che si pone al mio sguardo diventa ispirazione: paesaggi, campi fioriti, nature morte oggetti di uso quotidiano. Inizio a sperimentare varie tecniche pittoriche, una ricerca appassionata e continua, cogliendo strumenti da tutto ciò che mi permette di esprimere quella voglia di fare e di creare sempre qualcosa. Più importanti filoni che sviluppo sono l’affresco e il trompe l’oeil”. Esegue scenari parietali anche molto grandi per ambienti pubblici e privati. S’affina nella tecnica dello strappo d’affresco. L’opera “mi conduce ad esprimere il  mio mondo interiore fatto di creature dal sapore onirico, delicate  e misteriose. Adolescenti dagli occhi meravigliati, e increduli, che mi conducono per mano a un silenzioso mondo interiore. La mia dimensione dove il sogno, il desiderio di bellezza, non solamente fisica, ma di intenti, mi riporta all’origine della felicità. Queste fanciulle mi accompagnano al rifugio sicuro dell’infanzia, dove tutti noi abbiamo sostato felici e protetti  dall’amore certo”. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private. Espone e partecipa a numerose personali e collettive.

lunedì 5 gennaio 2015

COLLETTIVA

Collettiva allo Studio Arte Mosè

Allo Studio Arte Mosè continua fino al 15 gennaio p.v. la rassegna per le festività natalizie. E’ una collettiva di maestri figurativi. Gli autori che hanno segnato la loro presenza in galleria e in particolare nello scorso 2014. Biancalani Antonio, mostra una natura morta ad olio su rame, tecnica unica del maestro toscano. Caccaro Mirta espone un disegno che ha per soggetto una crocifissione. Calabrò Vico, eccezionale grafico vicentino,  attraverso una cera su tavola riafferma la passione per le tradizionali e spassose leggende venete. Dinelli Antonio sfoggia un  paesaggio toscano, eseguito con la maestria dei macchiaioli. Giorgio Grossi   è nella collettiva con un “interno”, eseguito a malte policrome  ed inserzioni di legni su tavola. Lanaro Lino, eclettico pittore, propone con ironia due figure shakespeariane attorniate da “le icone”, ovvero le sintesi dei protagonisti della quotidianità. Lorenzetti Raimondo è una consolidata presenza in galleria: artista singolare ed unico nel suo genere; si ripresenta dopo la personale di novembre con due oli nei quali simboleggia gli alti e bassi del vivere quotidiano. Manzella Marco mostra ai collezionisti di Rovigo un piccolo olio e un inedito drawing americano. Marcon Luigi, caro al pubblico rodigino, è nella rassegna natalizia con due acqueforti datate ed un olio recente; dopo l’incidente, che lo ha immobilizzato, la sua Fede e “il coraggio dell’arte” non gli hanno impedito di esprimersi con tele e pennelli. Tre piccoli oli: uno scorcio scultoreo de ”l’altare della Patria”, “la passeggiata degli anziani” e “le collegiali” sono le opere in mostra del maestro fiorentino Impero Nigiani; l’artista noto per aver illustrato le pagine degli autori classici e la mentalità del ventennio. Roberto Rampinelli fa gustare tre incisioni a colore, frutto di un’esperienza superlativa nell’arte incisoria con più lastre. Unica nel suo genere l’opera del maestro bresciano Gerolamo Tregambe: le tre acqueforti fanno emergere, oltre la sensibilità poetica nel cogliere scorci di paesaggio, una meticolosa perizia tecnica. Mariano Vicentini è una propositiva presenza artistica in galleria con due opere “il bacio” e “l’incontro”. Zarpellon Toni, versatile pittore delle cave di Rubbio, è nella collettiva con due opere, “Tarassaco” e Fiori”, sintesi di un pensiero profondo. L’artista di Bassano, con i suoi ritratti e gli “oggetti sul tavolo”, va oltre la semplice rappresentazione del soggetto. La rassegna è visitabile in via Fiume,18, a Rovigo, tutti i giorni feriali  dal lunedì al venerdì, dalle 16,30 alle 19,30
                          Vincenzo Baratella


sabato 29 novembre 2014

1° CRITERIUM LETTORI ITALO SVEVO

SABATO 29 NOVEMBRE 2014 ALLE ORE 17,30 PRESSO LA LIBRERIA PAVANELLO, VIA SILVESTRI 59, A ROVIGO, SARA’ PRESENTATO IL LIBRO DI VINCENZO BARATELLA “Estrema protesta”, all’interno del “1° criterium lettori Italo Svevo”: selezione libri fatta da giuria di soli lettori.
Alla rassegna saranno presenti l’autore Vincenzo Baratella e l’editore Alberto Gaffi.
Vincenzo BARATELLA, laureato a Padova, vive a Rovigo, insegna lettere in una scuola pubblica ed è curatore critico dello Studio Arte Mosè. Ha presentato numerosi Poeti e Artisti. Ha redatto cataloghi d’arte. Tra le pubblicazioni sono da ricordare: Scuola, La più grande eredità, Memoria di Fulberto: ricostruzione delle vicende che ebbero per protagonista il canonico di Parigi, Eloisa e il filosofo Abelardo. Per Pinocchio la fatina c’è sempre: saggio critico sulla società, politica e cultura della seconda metà ’800 e concreta ricaduta nella contingente verità odierna. Sul Web emergono contenuti e aspetti stilistici dell’Autore.
IL LIBRO:

Estrema protesta Vicenda vera e attuale. Sacrifici di una famiglia artigiana nell’ascesa al benessere. Le commesse non pagate dalla pubblica amministrazione, i debiti, la mortificazione economico-psicologica inducono a un  tragico epilogo.
La Dott.ssa Emanuela Prudenziato, coordinatrice dell'incontro presso la libreria Pavanello.
Al centro l'attore Tosi che interpreterà la figura di Italo Svevo giovane.
L'editore Alberto Gaffi della ITALOSVEVO, editrice in Trieste dal 1966.
L'autore Vincenzo Baratella e l'editore Alberto Gaffi alla presentazione del libro.
da sinistra:  Baratella, Gaffi e Tosi

martedì 4 novembre 2014

LORENZETTI: il conflittuale dialogo interiore

Lo Studio Arte Mosè di Rovigo

Presenta
RAIMONDO  LORENZETTI
ARTISTA VERONESE ALLA 54ª BIENNALE INTERNAZIONALE D’ARTE DI VENEZIA



INAUGURAZIONE SABATO 15 NOVEMBRE 2014  - ORE 18.00
PRESSO    STUDIO ARTE MOSE’
VIA FIUME 18 -  45100 ROVIGO
RASSEGNA DAL 15 NOVEMBRE 
AL 4 DICEMBRE 2014
nei giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30

info: studioartemose@live.it

RAIMONDO LORENZETTI:

 
Il conflittuale dialogo interiore

L’artista veronese è prima di tutto un amico; il silenzioso personaggio riflessivo nei dialoghi, privo di dialettica ciarliero-superficiale, e disponibile a condividere piuttosto che dissentire. Da qualche decennio ho assistito alla sua evoluzione artistica, a quel cammino faticoso in salita, comunque non privo di successi. La sua non è un’arte facile, né leggibile; bisogna conoscere il soggetto uomo per tentare l’approccio alla decodifica del tema. L’oggetto è in buona sostanza l’identificazione con il soggetto stesso. Un binomio inscindibile. Attraverso i contenuti dell’opera Raimondo espone il messaggio criptato. Il quadro, piccolo o di grandi dimensioni, è un pensiero intimo espresso: è la porzione di una foto-relazione messa a fuoco, in attesa di completare il puzzle attraverso altre, innumerevoli tessere a contenuto introspettivo. Ogni dipinto è dunque porzione del contenuto privato nella tensione d’instaurare il dialogo transferenziale con l’altro. Un approdo per fidarsi e sul quale stabilire la fiducia per liberare l’intimo e raccogliere la spinta d’amore. A prima vista le sue creature sono figure esternamente irreali, ma con indubbia vitalità interiore. Figure umane, animali e cose presenti in un amalgama del rappresentato finalizzato a compattare in sequenze i comportamenti, i conflitti, le passioni, i drammi d’amore del genere umano … i suoi. Quella di Lorenzetti è una pittura introspettiva e ricca di argomenti e di problematiche, gli stessi generati dalla psiche in dialoghi intimi. E’ un’arte di autoanalisi. Lorenzetti rientra nel filone degli artisti che si librano sul filo sottile tra il lecito e l’illecito, tra l’amore e la sofferenza, tra l’esperito e il desiderio di esperire, tra il vissuto e la mancanza delle occasioni. E’ una pittura senza il comune denominatore della collocazione di corrente; è una personalissima rappresentazione dell’io e dell’inconscio. Se si volesse fare il raffronto epidermico è un Bosch del terzo millennio, comunque con i doverosi distinguo. Ci sono simboli ricorrenti: le nuvole gravide di maternità mancate, pesci di dubbia matrice evangelica, animali con sguardi troppo umani e compiacenti dell’animalità comune, esseri umani protesi in giochi di contorsionismo e di sezioni mancanti … fette di personalità  non rivelata. Analogamente al grande fiammingo scruta dalla “finestra”: un pertugio dal quale setaccia ciò che avviene tra gli uomini e dentro agli stessi nell’interscambio sociale, sia nel bene sia nel male. Sovente è quest’ultima la componente acuita dalla quale emerge il “male di vivere”; in effetti l’uomo di Raimondo è arrivista, di bella presenza, elegante o casual nell’abbigliamento, con o senza carne, con protesi di legno quasi a sorreggere a tutti i costi il ruolo assunto nell’interscambio economico-sociale. Donne dalle strane posture degne di un eclettico pudico Kamasutra, avvolte, sorrette da nubi del desiderio, tentate dal maschio con l’indicibile lentezza di animali metamorfosati che acquistano forme di maliziose lente creature sotto il carapace di tartaruga o la corazza d’armadillo … C’è tutta l’umanità nascosta, censurata dal superio collettivo nell’opera di Lorenzetti; c’è sostanzialmente quello che vede e ha visto. Supera le angosciose levitazioni, le materne icone bendate di Magritte; si stacca da presenze fantasma di Delvaux; né rivela la malizia “adulta” di Balthus, sebbene abbia tonalità verde-ocra omogenee e simboli da suggerire una comparazione con i tre grandi. Raimondo Lorenzetti è poeta classico all’interno dell’arte psicologica analitico-freudiana. Ogni opera è porzione di indagine interiore, di rivisitazione dell’esperienza vissuta o solamente desiderata. La mostra esibisce dunque prospettive esistenziali, pagine di un libro aperto sull’intimo dell’uomo e dell’artista.
©Vincenzo Baratella
Opere ad olio di Raimondo Lorenzetti
Lo studio dell'Artista Raimondo Lorenzetti ed Emanuela Prudenziato 
 
LORENZETTI: il rebus
L’espressione pittorica di Lorenzetti è stata determinante per comprendere l’evoluzione del suo pensiero. Dalle prime rappresentazioni di reminescenza medioevale, ad una prima lettura, ad un continuo rebus esistenziale con i tasselli fondamentali: la nascita, le scelte, la famiglia, il potere, la comunicazione, i rapporti fra individui, la fatica del quotidiano, il senso della cultura e tutto ciò che può rimanere problema, realtà irrisolta. Nelle sue opere vengono rappresentati individui in primo piano ed elementi infrastrutturali sullo sfondo, costanti sono le nuvole sulla sommità di pali o appese a fili sottili, animali domestici e non dalle fisionomie antropomorfe almeno nello sguardo. I suoi quadri non possono lasciare indifferente l’osservatore. Chi guarda  queste realizzazioni pittoriche si addentra quasi fatalmente nelle singole situazioni  illustrate. Come un lettore, lo spettatore accetta il patto narrativo che lo porta  a seguire  fino in fondo il racconto  dell’artista.          
 Emanuela Prudenziato
 
Tre opere di Raimondo Lorenzetti alla 54^ Biennale d'arte di Venezia


martedì 7 ottobre 2014

I^ RASSEGNA "FIERA LETTERARIA IN LIBRERIA"

RASSEGNA LETTERARIA
FIERA DI ROVIGO
DAL 18 AL 21 OTTOBRE 2014
info: studioartemose@live.it

ROBERTO RAMPINELLI

RAMPINELLI: tonalità pacate per gustare il ricordo.
Curatore:  Vincenzo Baratella
Studio Arte Mosè
dal 25 ottobre al 13 novembre 2014

Sabato 25 ottobre 2014 alle ore 18,00 lo Studio Arte Mosè di Rovigo presenta la personale di Roberto Rampinelli.
Ci sono espressioni d’arte che si prediligono rispetto ad altre; forse per il modo inusuale dell’esecuzione, forse per l’impatto emotivo con il fruitore, l’incisione ha un fascino particolare. Lo Studio Arte Mosè ha presentato molte rassegne di grafica -termine generico per separare una tipologia d’arte visiva dalla tecnica olio-acrilico, maggiormente conosciuta- e in ognuna sono emersi momenti, idee e soluzioni originali, concordi, divergenti. E’ indubbio che l’incisione sia idonea a meglio esprimere la ricerca formale dell’Artista, ovvero l’originalità nell’incisione al nero, nella xilografia, nell’inoleumgrafia, nella ceramolle, nell’acquaforte, nella puntasecca. Magistrali tutti i “miei” artisti, nessuno di serie B; mancava all’appello Roberto Rampinelli. Nato a Bergamo, vive e lavora tra Milano, Urbino e Amer (Catalogna – Spagna). Ha frequentato la Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco di Milano e i Corsi Internazionali di Tecnica dell’Incisione di Urbino, sotto la guida di Carlo Ceci per la litografia e di Renato Bruscaglia per l’incisione. Si avvale della Stamperia D’Arte “g.f.” di Urbino. La sua produzione figura in prestigiose collezioni pubbliche e private. Rampinelli mostra effetti che sposano morbidezza di tratto, tonalità velate come fossero rese omogenee dal tempo. Analogamente l’opera pittorica dell’Artista bergamasco riporta atmosfere soffuse, smorzate dall’usura, come nelle cartoline del ricordo. La staticità temporale per soppesare gli oggetti amati nella realtà e rivissuti dal cuore in una dislocazione spaziale che coglie l’individualità contrapposta alla generica-superficiale globalità. Sono singoli elementi posati in uno scenario cromatico tenue con lo specifico intento di evocare attimi di serenità vissuta. Lo sfumato, apparentemente monocromatico nei toni caldi giunge crepuscolare nella dimensione intima dell’evocazione: il languido souvenir di una conchiglia, di un frutto, di un fiore. Con inusuale perizia tecnica Roberto Rampinelli dà la patina antica alla poesia delle “buone cose” attraverso l’olio su carta: la materia grassa assorbita dalla cellulosa riduce la violenza tonale dei contrasti per far riposare l’occhio su ciò che è stato visto, ritratto e amato. [©V.B.]
Vincenzo Baratella e Roberto Rampinelli

Un momento della rassegna